Something Better to Come

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

La luce in fondo al tunnel

Ognuno, amico mio, ognuno vive in attesa di qualcosa di meglio
Maksim Gor’kij, “I bassifondi”

La frase di Gor’kij citata al termine della proiezione rappresenta, anche per noi, il modo migliore di introdurre e commentare un film che non a caso si intitola Something Better to Come, e che in fondo racconta proprio questo: un’ipotesi di riscatto sociale, con la luce che comincia a intravvedersi alla fine di quel tunnel che pareva infinito, un tunnel fatto di povertà estrema, emarginazione e condizioni di vita disumane. Non restammo affatto sorpresi, quindi, quando il così empatico e attento pubblico giuliano volle premiare proprio il lavoro della cineasta polacca Hanna Polak, quale miglior documentario del Trieste Film Festival 2015. Sono passati alcuni anni, che nulla hanno tolto alla potenza di tali immagini. Con altrettanto piacere abbiamo perciò ritrovato questo vibrante lavoro cinematografico nel già ricco programma del 32° Trieste Film Festival. Tutto ciò grazie alla neonata sezione “Wild Roses”, dedicate alle opere più interessanti dirette in questi anni da registe attive nei paesi dell’Europa Orientale e focalizzata, nella circostanza, su una scena in tal senso particolarmente vivace, quale indubbiamente è quella polacca.

Andando oltre l’alto valore etico, Something Better to Come è una co-produzione internazionale (con in prima fila la Danimarca) che ha comunque richiesto grandissimo impegno, anche considerando che la protagonista Jula è stata “tenuta in osservazione” per diversi anni, insieme ad altre persone che nel lungo lasso di tempo (coincidente più o meno col decennio successivo al 2000, anno ricordato di sfuggita da quella voce alla radio, intenta ad annunciare al pubblico il primo incarico di governo per Putin) ne hanno condiviso l’assai triste condizione: (soprav)vivere in catapecchie ricavate ai bordi della Svalka, la più grande discarica d’Europa posta alla periferia di Mosca, creando una piccola e solidale comunità di dannati che ogni giorno devono procurarsi il cibo e qualche oggetto utile selezionando il tutto dai rifiuti in arrivo. Scene che eravamo abituati a vedere e immaginare in Brasile, Messico, India. Ma che a quanto pare sono diventate comuni anche nella Russia post-sovietica, paese dai contrasti sempre più accentuati, dove il lusso sfrenato degli oligarchi e dei grandi hotel moscoviti si rispecchia nell’estremo degrado altrove raggiunto.

Ebbene, la visione del documentario di Hanna Polak è senza dubbio un pugno allo stomaco. Ci racconta di condizioni igienico-sanitarie al limite della sopportazione umana; di persone che deperiscono e si ammalano in quell’inferno, per venire poi accuratamente scansate e schifate dai propri connazionali; di blitz della polizia in cui i poveracci in questione vengono addirittura malmenati e privato del poco che hanno; di famiglie che a partire dagli anni successivi al crollo dell’Unione Sovietica prima con Eltsin e poi con Putin al potere hanno perso la casa, il lavoro, il decoro, trovando infine nella Svalka, nel suo allucinante paesaggio fatto di scarti della società industriale, la loro ultima meta. O meglio, una destinazione che molti di loro intendevano come provvisoria, ma che si è poi trasformata in definitiva. Tuttavia Something Better to Come non è soltanto un’antologia di miserie umane. La narrazione abbonda anzi di slanci vitalistici, di capacità di adattamento, della volontà di “restare umani” anche quando la realtà circostante vorrebbe equipararti a un rifiuto. E la lunga epopea della giovanissima Jula, il cui sogno di trovare casa e costruirsi una famiglia il più lontano possibile da lì comincia faticosamente a concretizzarsi, è proprio la luce intravista alla fine del tunnel.

Stefano Coccia

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