Softie

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Combattere con dignità

«Nairobi (Kenya): il grosso ostacolo allo sviluppo è sorto per essere uno dei Paesi più corrotti al mondo». Queste sono tra le prime parole di Softie, il documentario diretto da Sam Soko, in cui nulla viene edulcorato, ma neanche si preme l’acceleratore per sottolineare scene particolarmente forti. Nel corso dell’incipit abbiamo assistito all’arrivo di litri di sangue, poco dopo scopriamo a cosa serve: stanno organizzando una manifestazione (dal loro punto di vista pacifica, ma che verrà sedata in altro modo) contro il governo. Dopo aver radunato dei veri maiali, usano il loro corpo per scrivere col sangue frasi significative come: «il Parlamento non è in vendita, appartiene alle persone» o ancora «il Parlamento dissangua il Kenya» – di qui la scelta fortemente simbolica di essersi riforniti di sangue e di utilizzare la figura del maiale come simbolica sia rispetto a chi governa la popolazione (che sembra proprio comportarsi come un animale procacciatore verso i propri cittadini e, parallelamente, potremmo leggere i cittadini come carne da macello da ‘dissanguare’ fino all’osso, fino all’ultimo centesimo).
«Questo film nasce dall’amore per il proprio Paese e la propria famiglia», ha dichiarato il regista introducendo la proiezione in streaming, qui al suo primo progetto documentaristico (presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival, dove ha vinto un premio speciale della giuria per il montaggio). Il suo lavoro su progetti socio-politici nel campo della musica e del cinema gli ha permesso di entrare in contatto e lavorare con artisti di tutto il mondo. È co-fondatore di LBx Africa, una società di produzione keniota che ha prodotto il cortometraggio di finzione candidato all’Oscar 2018 Watu Wote. L’intento di Soko è quello di dare risalto a voci inascoltate, magari già supportate da Generation Africa e Doc Society. Softie è la dimostrazione di come non solo il protagonista – e le altre persone presenti – ma anche chi è dietro la macchina da presa siano dei difensori della libertà di espressione, tanto che quest’ultimo ha preso parte a conversazioni globali su come rendere i media essenziali sul piano della comunicazione quando il mondo va in fiamme.
Nel ‘mirino’ di questo doc c’è Boniface Mwangi, uno dei più coraggiosi fotoreporter in prima linea come attivista del Kenya, chiamato da piccolo ‘Softie’ in quanto gracile. L’uomo, dopo tutto ciò che ha visto coi propri occhi, vorrebbe mutare il futuro del proprio Paese e sceglie di scendere in campo candidandosi, nel 2017, alle elezioni regionali sfidando apertamente le potenti e corrotte lobby politiche. Questa decisione, però, non può non avere conseguenze (arrivano anche minacce di morte) e Soko segue lui e la sua famiglia all’interno di questo contesto così difficile da affrontare, che ti dilania dentro, diviso tra la lotta politica o gli affetti.
Il regista unisce più stili e materiali per mettere in scena tutto questo, dagli spezzoni tratti dai telegiornali alla macchina a mano durante, ad esempio, le manifestazioni, passando per le vedute aeree sul Paese. Softie ripropone lo stesso approccio fotografico col quale proprio Mwangi, nel 2007, aveva documentato le violenze in occasione delle elezioni e ovviamente una preziosa documentazione sono gli scatti del fotoreporter.
Non era semplice entrare in punta di piedi, in particolare, nel contesto familiare, ma il regista nigeriano ci è riuscito, cogliendo anche i momenti di timore della moglie – e non solo – riuscendo così a creare ulteriore empatia con la platea di turno.
Softie si è aggiudicato ex aequo con Lina from Lima di Marìa Paz Gonzàlez il Premio Comune di Milano al “Miglior Lungometraggio Finestre sul Mondo” alla 30esima edizione del Festival del Cinema Africano Asia e America Latina.

Maria Lucia Tangorra

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