Silent Retreat

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Prigioniere nel bosco

Durante il Fantafestival è stato proiettato in lingua originale senza sottotitoli, ma a conti fatti quel piccolo sforzo in più compiuto per seguire attentamente Silent Retreat è stato ampiamente ripagato. Un po’ perché la parlata degli anglofoni canadesi tende a risultare più comprensibile, ma soprattutto perché il lungometraggio di Tricia Lee, a parte qualche sbavatura sul finale, diverse suggestioni morbose e niente affatto banali riesce a comunicarle, in un crescendo di allucinanti scoperte. E’ una declinazione del genere orgogliosamente al femminile, quella adottata dalla cineasta nordamericana, tant’è che sin dalle battute iniziali pare di assistere a un’estensione matura e consapevole del classico filone “women in prison”: non a caso la protagonista, Janey (interpretata dalla graziosa e tostissima Chelsea Jenish), è una ragazza sul cui passato pesano delle ombre, mandata in un centro di correzione perduto nella foresta dove ufficialmente si pratica lo yoga a scopo terapeutico; mentre in realtà la struttura viene gestita da un misterioso dottore e dai suoi baldi assistenti con una  tale severità, da far immediatamente presagire qualcosa di davvero brutto nel futuro delle giovanissime ospiti. Ciò non bastasse, è sufficiente la scena di apertura per chiarire allo spettatore che qualcosa di orrendo e spaventoso si annida nel bosco, qualcosa che sembra avere denti affilati e un istinto feroce…
Costretta a muoversi su un confine pericoloso, quello tra obbedienza e ribellione, tra rassegnazione e desiderio di libertà, la giovane protagonista scopre poco alla volta i terribili segreti di quel luogo isolato dal mondo; e in questa fase di “detection” da lei condotta correndo rischi sempre maggiori esce parallelamente fuori, attraverso il disvelarsi di metodi che contemplano anche suggestioni ipnotiche e la costrizione a vedere determinate immagini, come nella “cura Ludovico” di kubrickiana memoria, la personalità reazionaria e perversa del loro crudele sorvegliante; un uomo il cui sogno malato è quello di trasformare ragazze difficili in mogliettine perfette, o in alternativa ucciderle. Il dipanarsi della trama regala quindi discrete intuizioni sul versante socio-psicologico, alternate a un irrompere in scena di soluzioni splatter piuttosto cruente e ben realizzate, di cui è principalmente la sinistra creatura dei boschi a farsi carico. Discreto esordio al lungometraggio, quindi, per una regista appassionata di horror che prima del 2013, a quanto ci risulta, aveva realizzato soltanto corti. Peccato giusto per la minore sensibilità verso il genere dimostrata nella parte finale, confusa e un po’ pretenziosa nel chiudere il confronto tra protagonista e creatura, quasi come se la voglia di strafare avesse suggerito alla pur promettente Tricia Lee di compiere, sul più bello, il passo più lungo della gamba.

Stefano Coccia

     

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