Shinjuku Swan

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6.0 Awesome
  • voto 6

L’anello debole

Con ben tre nuovi lavori in concorso il regista giapponese Sion Sono, già acclamato con The Whispering Star alla 10ma edizione della Festa del Cinema di Roma, domina quasi incontrastato il programma di questa 33esima edizione del Torino Film Festival. Ma se Tag e Love & Peace hanno offerto a Sono materiale e condizioni adeguate a concretizzare le potenzialità del suo linguaggio assurdo e grottesco, con Shinjuku Swan si ha la sensazione che la libertà espressiva del regista abbia dovuto sottostare a cospicue limitazioni, derivanti in primo luogo da una sceneggiatura non originale e (fin troppo fedelmente) ripresa da un mànga di Ken Wakui, per altro già adattato al piccolo schermo da una serie tv giapponese del 2007 e mai trasmessa in Italia.
La storia è quella di Tatsuhiko Shiratori (Gou Ayano), un giovane appena arrivato a Kabukicho, il quartiere a luci rosse di Tokio. Salvato da una rissa per mano di un uomo in giacca e cravatta di nome Matora (Yusuke Iseya), Tatsuhiko acconsentirà a lavorare come procacciatore per la Burst, un’agenzia che si occupa di trovare ragazze da indirizzare verso i locali a luci rosse della zona. In un settore dove il denaro è l’unica unità di misura e di scambio, Tatsuhiko si troverà coinvolto in una lotta costante tra talent scout rivali e pericolose organizzazioni criminali.
Attenendosi per lo più agli stilemi e alle formule codificate dai gangster movie tradizionali (a partire dalla discesa di un animo ingenuo negli inferi della criminalità, un’esperienza che potrebbe nascondere dietro ogni suo tornante l’avvento dell’abbrutimento definitivo), Sion Sono riesce a non aderirvi del tutto grazie alla caratterizzazione smaccatamente locale degli episodi narrati: catturano, per il loro cromatismo spinto e la luce irradiata da un neon a tinte calde, le insegne che fiancheggiano le vie di Kabukicho, e forse è proprio nell’esasperazione di tali aspetti folkloristici che la mano del regista risulta maggiormente riconoscibile. Per quanto riguarda invece le svolte narrative principali e le dinamiche relazionali che scandiscono la vicenda, non sono riscontrabili i guizzi e le trovate spiazzanti ai quali Sion Sono ci ha solitamente abituati, tanto che la durata del film (di circa 140 minuti, nella media della filmografia del regista) questa volta finisce per risultare difficilmente sostenibile, proprio a causa della prevedibilità e ripetitività della scene.
Un’ispirazione più personale e sentita sembrerebbe invece aver orientato la storia d’amore tra Tatsuhiko e la prostituta Ageha (Erika Sawajiri), che rivela delle movenze liriche e fiabesche (ben rappresentate dal libro di illustrazioni caro a Ageha ed il cui protagonista presenta le stesse fattezze di Tatsuhiko) assenti nel resto della pellicola, che sul piano contenutistico procede senza colpi di genio.
Sicuramente ci troviamo di fronte al film che tra quelli presentati a Torino risulta essere il più debole del regista giapponese, probabilmente più a causa di una struttura già pre-determinata alla quale si è sentito costretto a riferirsi costantemente. piuttosto che ad una scelta stilistica personale. Ciò non toglie che la sua massiccia presenza durante quest’edizione del festival meriti la consueta attenzione.

Ginevra Ghini

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