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She Came to Me

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VOTO: 5.5

Crisi e cambiamenti

E finalmente anche la 73° edizione del Festival di Berlino ha preso il via. Che emozione! Quale apertura migliore, dunque, di una frizzante commedia corale in grado di trattare anche temi “scottanti” pur facendo ridere lo spettatore per quasi due ore? She Came to Me di Rebecca Miller, presentato all’interno della sezione Berlinale Special, nonché il film d’apertura del festival, appunto, prometteva di essere tutto questo. Sarà riuscita la nostra regista, dunque, in questa tutt’altro che facile impresa? Andiamo per gradi.

Le storie di due famiglie e di ognuno dei loro membri si alternano sul grande schermo, spesso intrecciandosi o solo semplicemente sfiorandosi. Steven (impersonato da Peter Dinklage) è un compositore in piena crisi creativa, sposato con la psicologa Patricia (Anne Hathaway) – una donna estremamente affascinante, ossessionata dall’ordine e dalla pulizia – e patrigno dell’adolescente Julian (Evan Ellison). Egli troverà “magicamente” l’ispirazione per una toccante opera lirica in seguito all’inaspettato incontro con Katrina (Marisa Tomei), capitano di un piccolo peschereccio che lo sedurrà dopo un furtivo incontro in un bar. Al contempo, assai problematica ci sembra anche la famiglia della giovane Tereza (Harlow Jane), la fidanzatina di Julian, severamente punita dal suo patrigno dopo che quest’ultimo ha scoperto che ella ha già rapporti sessuali con Julian.
Tante storie, tante diverse situazioni, tanti scenari a dir poco paradossali, dunque. Con She Came to Me Rebecca Miller ha deciso di percorrere tante strade, perdendosi letteralmente per strada. E infatti, questo suo ultimo lungometraggio, pur vantando un buon ritmo e una messa in scena complessivamente pulita (fatta eccezione per improvvisi cambi di formato del tutto ingiustificati) finisce inevitabilmente per girare a vuoto, nonostante gli interessanti spunti iniziali.
She Came to Me, infatti, non è un film sulla crisi di un artista o sul processo creativo in sé. O, almeno, non solo e non “abbastanza”. She came to me non indaga a fondo sui motivi che hanno spinto Patricia a vivere una profonda crisi mistica al punto da desiderare di diventare suora. Le sue vicissitudini ci vengono presentate quasi come un puro divertissement fine a sé stesso. Persino una figura potenzialmente interessante come quella di Katrina – talmente desiderosa di vivere una storia d’amore “da favola”, da stalkerare, di volta in volta, i malcapitati di turno – non viene approfondita a dovere. Soltanto la genuinaè storia d’amore tra Tereza e Julian ci regala un po’ di tenerezza, pur essendo a sua volta penalizzata da risvolti di sceneggiatura talmente forzati da far perdere di credibilità l’intero lungometraggio.
Rebecca Miller, purtroppo, non ha saputo cogliere nel segno. Questo suo She Came to Me risulta inevitabilmente una commedia inconsistente, una commedia che strizza l’occhio al cinema di Woody Allen, ma che non riesce a gestire tutti gli elementi tirati in ballo. Un’apertura della Berlinale che ha fatto decisamente storcere il naso. Ma, si sa, siamo soltanto all’inizio. Vediamo quali altre sorprese il festival ha da offrirci.

Marina Pavido

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