Scappo a casa

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5.0 Awesome
  • VOTO 5

L’anabasi di Aldo Baglio

Vi era una certa curiosità, all’idea di vedere Aldo Baglio all’opera in questa pressoché inedita, nonché estemporanea, versione solista. Senza cioè essere supportato nel ruolo di protagonista dal resto del trio. Anche se, stando alle prime dichiarazioni dell’attore palermitano, dopo questa breve “pausa di riflessione” lui, Giacomo (impegnato al momento in teatro) e Giovanni (autore recentemente di un libro) si rimetteranno presto a lavorare insieme. Nella speranza, aggiungiamo noi, che torni almeno in parte la freschezza dei primi film, perché titoli decisamente stanchi come Fuga da Reuma Park (2016) e Il ricco, il povero e il maggiordomo (2014) fanno ben capire come in Aldo possa essere subentrato il desiderio di tentare altre strade.

Del resto i tre, presi singolarmente, sono anche interpreti validi: aveva dimostrato ad esempio di esserlo, in tempi non sospetti, Giacomo Poretti, che nel lontano 1991 era finito nell’eccentrico cast (a fargli compagnia, tra gli altri, Bobo Rondelli e Paolo Migone) dell’ancor più curiosa commedia, Un paradiso senza biliardo, ambientata in Svezia da Carlo Barsotti. Tornando invece a questo Scappo a casa, le intenzioni di Aldo Baglio e del suo staff potrebbero essere riassunte così: rilanciare la vis comica del Nostro, attraverso un plot articolato e il più possibile agganciato all’attualità, nel quale incastonare qualche gag scoppiettante e altri momenti in grado di portare il pubblico a farsi beffe delle debolezze del personaggio o alternativamente ad empatizzare con lui. Purtroppo tale missione si è concretizzata sullo schermo in un prodotto che funziona a corrente alternata, con troppi cali di ritmo e una critica al grezzo egoismo italico alquanto telefonata, finanche stantia.
Nel film Aldo Baglio è Michele, ruspante meccanico col mito della gnocca e della vita facile. Una semplice variazione sul tema, volendo, rispetto all’Italiano medio (2015) di Maccio Capatonda. In più Michele si dimostra da subito spudoratamente razzista verso i migranti e ben poco solidale con chiunque gli si pari davanti. Con tali premesse, il fatto che attraverso uno stratagemma poco edificante riesca a fregare al compagno di lavoro la possibilità di una trasferta in Ungheria, diviene per lui il presupposto di notti libidinose e trasgressive in quel di Budapest. Le “notti brave” ci saranno pure. Ma subito dopo l’amaro risveglio!

Come a fare il verso, parodisticamente, a Lamerica di Gianni Amelio, una sezione abbondante (e a tratti ridondante) del lungometraggio è rappresentata proprio dalle disavventure di Aldo/Michele in terra ungherese, da quella pittoresca “anabasi”, dovuta al vedersi scambiato per extracomunitario e destinato perciò a un veloce rimpatrio in Tunisia, sua supposta terra di origine (!!!), beffardo destino al quale si sottrarrà con l’ennesimo sotterfugio e conseguente, rocambolesca fuga attraverso l’Europa centrale.
Ecco, nonostante un cast tecnico più che adeguato (su tutti Fabrizio Mancinelli, autore delle musiche reduce dall’aver diretto l’orchestra di un film da Oscar, Green Book) e alcune interessanti presenze tra gli attori, vedi ad esempio un’implacabile Angela Finocchiaro in divisa e il francese Jacky Ido, già sul set di Bastardi senza gloria, l’impressione è che tutto stenti a decollare. La nota positiva è che quando Aldo si vede servito lo sketch giusto riesce di tanto in tanto a regalare la battuta folgorante o quelle irresistibili espressioni facciali, che ne caratterizzano da sempre i momenti migliori. Ma simili bagliori di comicità risultano malauguratamente affossati da un plot moralisteggiante che aspira a conclusioni “politicamente corrette”, senza neanche approdarvi in modo coerente, armonico, proponendo al contempo troppe digressioni inutili (lo stesso “segmento western” del film, partito bene, risulta infine fiacco) e trovate umoristiche di grana grossa.
Peccato, perché pare che un regista funzionale a progetti del genere come Enrico Lando, che nel recente passato aveva diretto Luigi Luciano alias Herbert Ballerina in Quel bravo ragazzo e prima ancora I Soliti Idioti, sia riuscito a traghettare sullo schermo la comicità del suo “assistito” con minor efficacia del solito; fino a naufragare in una parte conclusiva del comunque discontinuo racconto cinematografico tanto spenta quanto raffazzonata.

Stefano Coccia

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