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Satan’s Slaves 2: Communion

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VOTO: 7,5

Benvenuti nel condominio degli orrori

Che si tratti di supereroi locali (vedi l’esemplare exploit di Gundala) o di film dell’orrore genuinamente terrificanti e raccapriccianti, la maestria dell’indonesiano Joko Anwar è ormai un dato di fatto. E se qualche anno fa ci si era sbilanciati indicando il suo Impetigore quale miglior horror della ventiduesima edizione del Far East, per quanto riguarda questo 25° Far East Film Festival stessa sorte è toccata a Satan’s Slaves 2: Communion. Per distacco il più terrificante, originale e riuscito film del terrore visto finora, nonostante le prevedibili difficoltà a metabolizzare fino in fondo il racconto, dovute agli agganci non sempre esplicitati nel corso della narrazione con il precedente Satan’s Slaves. Eppure, vedi il caso ugualmente virtuoso del thailandese Art of the Devil 2 (il diavolo a quanto pare ci mette sempre lo zampino, almeno nei titoli), non è la prima volta che il festival friulano ci permette di scoprire un sequel persino più pauroso e ben costruito del capostipite della serie.

Ma cosa c’è di realmente memorabile in Satan’s Slaves 2: Communion? Giocando di continuo con flashback e spiazzanti alterazioni dello spazio-tempo, arricchendo poi il côté della saga di particolari sempre più macabri, il sagace Joko Anwar ha pensato bene di spostare la terribile maledizione della famiglia Suwono (assieme ai sopravvissuti della stessa) dall’ambientazione rurale del primo episodio a un luogo ancora più spettrale, inquietante.
L’epicentro del racconto è infatti un tetro, mostruoso condominio, edificato per il sadismo degli architetti stessi in una posizione isolata, circondata dal nulla, apparentemente abbandonata a se stessa, destinata poi a veder accentuato quel senso preesistente di segregazione, abbrutimento morale e sconforto in seguito a una devastante perturbazione. La notte di tregenda annunciata nelle prime battute del film farà emergere infine tutto il Male racchiuso in quella sinistra colata di cemento; un caseggiato così cupo, mortifero, da far apparire lo stesso Corviale ben noto agli abitanti di Roma come una sorta di “città utopica”.
Quando poi il rapido evolversi degli accadimenti porrà ulteriormente in evidenza il legame di quel luogo con la spaventosa setta che già qualche decennio prima aveva causato lutto e devastazioni nella regione, gran parte dei personaggi si troverà in balia di una trappola mortale, nonostante il tentativo di salvataggio portato avanti verso la fine (e ad annunciare così nuovi, possibili capitoli della saga) da chi sembra possedere gli strumenti esoterici giusti per contrastare quell’abominio…

Ragazzine maciullate da un ascensore, defunti che tornano in vita, ghignanti presenze spettrali, sacerdoti del male che come Cavalieri dell’Apocalisse fanno smembrare le vittime più sfortunate dai propri infernali destrieri, ingenui uomini di fede cui le preghiere rivolte ad Allah non porteranno però beneficio: c’è veramente di tutto in questa galleria degli orrori, animata da una mano registica per l’occasione particolarmente felice, tanto da destabilizzare lo sguardo dello spettatore in un vortice di surreali, scioccanti, sanguinolente trovate.

Stefano Coccia

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