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Sashenka

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VOTO: 5,5

La ricerca di un’identità

Tra la direzione della fotografia e la regia di documentari, Olexandr Zhovna a intervalli regolari si è concesso per ben due volte negli ultimi tre anni il lusso di dirigere dei lungometraggi di fiction. Ad accomunarli l’uso in entrambe le occasioni di un vivido bianco e nero, con il quale il cineasta ucraino ha disegnato e tinteggiato sullo schermo delle storie dalla forte componente drammatica. Nella sua prima volta dal titolo Historia Lizy aveva raccontato l’odissea di due ragazzi down in un mondo ostile e cinico, nella seconda battezzata Sashenka si assiste alla lenta e inesorabile discesa nel baratro di un bambino diventato uomo nel segno di una formazione rigida e violenta. Un romanzo di deformazione umana che il pubblico del Noir in Festival ha potuto sfogliare nel corso della 32esima edizione della kermesse milanese, laddove la pellicola è stata presentata in concorso.
Il film, presentato in anteprima mondiale in Estonia nella competizione principale del Festival Black Nights di Tallinn, riavvolge le lancette dell’orologio e ci riporta negli anni Settanta sulla scena di un omicidio che sconvolse l’Unione Sovietica mettendo in mostra la doppia morale del paese. Nella notte, qualcuno sparò a una coppia di anziani nel sonno con un fucile da caccia, lasciando orfano il figlio ventenne, disabile e costretto su una sedia a rotelle. L’indagine rivelò la storia di una famiglia che a prima vista sembrava simile a tante altre. Ancora giovane, la coppia aveva perso la figlia neonata tanto desiderata. Successivamente, il destino diede loro un maschio. La madre però desiderava ossessivamente una figlia. La donna, allora, iniziò a trattare Sashenka come una bambina, vestendolo da femmina e comprandogli bambole. Mentre il padre, dal canto suo, sosteneva incondizionatamente la moglie. Comincia così una storia drammatica.
Una storia drammatica che il regista ucraino mescola con il crime. il thriller e un pizzico di noir vecchia scuola nelle atmosfere, dando vita a una tragedia umana che di sangue di nutre e nel sangue si consuma. Questo viene raffreddato e attenuato dall’assenza di colore, un’assenza che però non rende meno feroce e cruda la violenza fisica e psicologica che accompagna l’intera vicenda. Il tutto alimenta una storia di deformazione umana, di ricerca di un’identità soffocata, di devianza e follia, ma soprattutto di bisogno di legami e di affetti negati. Tutto questo “magma incandescente” di temi ed emozioni si riversa sullo schermo senza filtri, sciogliendo la calotta gelida con la quale l’autore ha voluto costruire la sceneggiatura e rivestire la sua messa in quadro. Senza alcun dubbio si tratta di buoni propositi sia di scrittura che di confezione estetico-formale, ma che nonostante trovino una concreta corrispondenza nello script e sullo schermo non sono sufficienti a garantire a Sashenka la solidità tecnica e strutturale in termini narrativi e drammaturgici necessaria a non perdersi nei meandri dell’insoluto.
Il film, così come i personaggi che lo popolano a cominciare da quello del protagonista interpretato da un altalenante Dmitry Nizhelsky, smarrisce la retta via nella confusione del non riesco a esprimerlo come vorrei. C’è tanto di potenzialmente buono a disposizione, ma quel tanto non trova un terreno adatto ad accoglierlo, sul quale piantare, coltivare e vedere crescere dei frutti maturi. La troppa carne al fuoco genera solo tanto fumo che finisce negli occhi dello spettatore di turno, che purtroppo non potrà godersi la potentissima performance davanti la macchina da presa di Oksana Burlay-Piterova nel ruolo della madre di Sasha. È il suo contributo alla causa che ci porteremo dietro dopo la visione di un’opera che lascia l’amaro in bocca, quello delle occasioni perse come questa. Perché Sashenka ci duole dirlo è tale.

Francesco Del Grosso

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