Saint-Narcisse

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il ritorno del grande Bruce

Quando ci accingiamo a vedere un film di Bruce LaBruce, dobbiamo entrare nell’ordine di idee che davanti ai nostri occhi potrebbe accadere davvero di tutto. Perché, di fatto, il cineasta canadese non ha mai avuto paura di osare, di esagerare, di trattare tematiche e di girare scene che normalmente potrebbero procurare parecchi grattacapi con la censura. Tutto ciò, ovviamente, senza (quasi) mai prendersi sul serio e con una giusta commistione tra polemica, ironia e paradosso.
È stato così per lungometraggi come Gerontophilia (2013), Ulrike’s Brain (2017) o The Misandrists (2017) ed è così anche per Saint-Narcisse, presentato alla 77° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia all’interno della sezione Giornate degli Autori.

In Saint-Narcisse, dunque, vediamo un Bruce LaBruce più in forma che mai. La storia messa in scena è quella di Dominic, ventiduenne, che vive con sua nonna e che è follemente innamorato di sé stesso, al punto da continuare a fotografarsi con la sua polaroid. In seguito alla morte della nonna, il ragazzo scoprirà che, in realtà, sua madre non è morta di parto, ma che, al contrario, ha sempre creduto che lui stesso fosse nato morto. Dopo averla rintracciata ed essersi trasferito da lei, il giovane scoprirà di avere anche un fratello gemello – Daniel – affidato da neonato alle suore e praticamente costretto, in seguito, a diventare monaco.
Tra intrecci amorosi vecchi e nuovi, rapporti conflittuali con il proprio passato e con la propria sessualità e la Chiesa Cattolica che, a quanto pare, altro non ha fatto che arrecare danni ai due fratelli, si sviluppa, dunque, il presente Saint-Narcisse. E trattando temi come l’incesto, i tradimenti, le molestie sessuali da parte dei preti e – non per ultime – la promiscuità e l’omosessualità, Bruce LaBruce ci appare, qui, più graffiante che mai.
Eppure, proprio questo non volersi (apparentemente) mai prendere sul serio, proprio questa leggerezza di fondo e questo giocare sull’assurdo e sul grottesco al fine di diventare a tratti esilarante, fanno sì che lo spettatore non percepisca -almeno a una distratta visione – la portata della carne messa a fuoco. Ma, a ben guardare, questa sua ultima fatica è, in realtà, assai più complessa e stratificata di quanto inizialmente possa sembrare. E si fa forte anche di una messa in scena che punta molto anche sulla commistione di varie forme d’arte, dalla fotografia all’iconografia religiosa, il tutto con un tocco tra l’onirico e il naïf tipico della cinematografia del regista di Southampton.
Un film e, più in generale, un’intera filmografia che divide, questa di Bruce LaBruce. E se il regista punta soprattutto a scioccare senza paura di scadere nel grottesco e senza prendersi troppo sul serio, i suoi veri estimatori ne saranno più che altro divertiti, perfettamente consci di ciò che, di volta in volta, si accingeranno a vedere, affezionati a un autore che ormai da diversi anni è riuscito ad affermare la sua poetica sul panorama festivaliero e internazionale, ma che – ahimé – nelle sale italiane non ha ancora avuto il piacere di fare capolino.

Marina Pavido

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