Safari

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6.0 Awesome
  • voto 6

Derisione senza comprensione

A distanza di due anni da Im Keller (2014), Ulrich Seidl torna al Lido con Safari, il suo ultimo lavoro documentaristico presentato Fuori Concorso durante la 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: ciò che si prefigge l’osteggiato regista austriaco è di illustrare le motivazioni in grado di spingere un gruppo di turisti occidentali a cacciare e uccidere la fauna del continente africano, cercando al contempo di sollecitare il senso di responsabilità morale dello spettatore. Pur di riuscire in quest’ultimo intento Seidl è disposto a servirsi dei mezzi più macabri, e così accanto alle interviste con i cacciatori sul senso, il significato e lo scopo della loro passione, troviamo scene a forte impatto emotivo, una su tutte quella che mostra senza alcun filtro lo scuoiamento di una giraffa (e che durante la proiezione stampa ha indotto molti ad abbandonare la sala).
Come per ogni opera di Seidl, anche in questo caso non è facile stabilire quale sia il vero interesse del regista, se denunciare un’attività particolare o condannare il genere umano nella sua interezza, se ricordare allo spettatore il suo coinvolgimento in quanto gli viene mostrato o semplicemente ridicolizzare un gruppo di individui: l’ultima opzione ha dalla sua parte il ritratto derisorio che si finisce per avere dei cacciatori, i quali espongono teorie persino esilaranti (secondo una di loro la caccia avrebbe il merito paradossale di assicurare la continuità di una specie). Un approccio di questo tipo, quale che sia il suo scopo, ha ben poco di documentaristico, in quanto ostacola un’analisi antropologica del fenomeno della caccia riconducendolo ad una sorta di follia collettiva, dimentico del fatto che il tentativo di comprendere qualcosa non implica la sua approvazione.
Lo sguardo canzonatorio di Seidl condiziona ogni inquadratura, e anche quando i cacciatori descrivono le sensazioni adrenaliniche provate durante una battuta di caccia, si fatica a prenderli sul serio, come se ci trovassimo di fronte ad una categoria subumana incapace di distinguere, contrariamente a noi umani civilizzati, il bene dal male e il lecito dall’illecito. È per questo che l’accusa di misantropia spesso rivolta a Seidl pecca di generalizzazione: le sue invettive non sono mai indirizzate all’intera umanità e men che meno agli spettatori, sullo stesso livello del regista e dunque in grado di deplorare con lui le storture di una certa cricca.
In definitiva Safari avrebbe potuto rivelarsi un documentario imparziale, con una vocazione epistemologica ed analitica, mentre si limita ad essere un prodotto con una bella facciata (anche grazie alla meravigliosa fotografia di Wolfgang Thaler) ma insincero e inutilmente denigratorio.

Ginevra Ghini

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