Run

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Mammina cara?

Quando una pellicola decide di utilizzare come titolo un termine che può condensare in sé svariati significati, spesso e volentieri è meglio tenersi alla larga da essa; o per lo meno non scapicollarsi per andarla a vedere nell’immediato. Il verbo “Run” può stare a significare, tra le altre accezioni: correre, fuggire, candidarsi, essere abile, divenire, mantenersi. Ci si potrebbe anche aggiungere “suppurazione”, sebbene questo significato medico vada interpretato in maniera traslata. In ogni modo, tutte queste accezioni riguardano la giovane protagonista, che la coinvolgono in varie fasi del racconto e in differenti modalità. Se poi, oltre al titolo, anche il manifesto – altra fondamentale fonte di richiamo per il pubblico – fa leva su un’immagine che rievoca una stra-nota pellicola del passato… due indizi vanno a formare una ferma prova su cosa attenderci dal film che ci viene proposto. Senza tanti giri di parole, almeno in questa introduzione, questo Run (2020) diretto da Aneesh Chaganty è solamente un altro thriller d’ambientazione familiare che può essere accatastato nel già ingrossato mucchio che ha formato detto sottogenere.

L’elemento che dovrebbe impreziosire la pellicola è l’aver scelto come protagonista, per il ruolo della madre, Sarah Paulson, volto notissimo nel serial American Horror Story, ove vi compariva, ricoprendo ogni volta un ruolo diverso, quasi in tutte e dieci le stagioni. Il suo volto, tanto ammaliante quanto venato di malsana malignità, sarebbe la garanzia di qualità recitative e sicura tensione. Si può confermare il primo aspetto (la Paulson interpreta il suo ruolo molto bene), ma si può facilmente rigettare la seconda motivazione, perché questa “amorevole” Diane non aggiunge nulla alla già ampia galleria di figure femminili folli. Per quanto riguarda la giovane Kiera Allen (1997), bisogna subito precisare che anche nella realtà deve utilizzare una sedia a rotelle per muoversi, e nel film quello che è stupefacente è vederla in azioni molto fisiche (ad esempio la rocambolesca fuga dalla sua stanza). Passando in esame la regia, Run è il secondo lungometraggio di Chaganty, regista americano di origini indiane che aveva raccolto un fenomenale successo ai botteghini e anche discrete critiche con il precedente Searching (2018), thriller che utilizzava come punti di vista Smartphone o Webcam. Anche questo secondo lavoro è stato sceneggiato con il suo sodale Sev Ohanian. Per tanto Chaganty vuole confermare di essere abile nel genere thriller, ma questa volta sterza verso una messa in scena più classica, e preferisce concentrarsi su una storia più claustrofobica. Infine, i rimandi – inevitabili – verso altre opere del passato. Come si è scritto nell’introduzione, quella ragazza urlante sulla ragazzina posta nel manifesto ricorda troppo Che fine ha fatto Baby Jane? (What Ever Happened to Baby Jane?, 1962) di Robert Aldrich, e non a caso alcune trovate della sceneggiatura colgono l’atmosfera di quel classico. Ma torna alla mente, seppur non direttamente, anche Misery non deve morire (Misery, 1990) di Rob Reiner, per quanto riguarda le tattiche usate dall’infermiera folle verso il suo ospite. In poche parole Run è da evitare? Diciamo che è una pellicola che si può vedere una volta sola, per capire dove andrà a parare (un paio di escamotage narrativi sono facilonerie).

Roberto Baldassarre

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