Road 47

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6.0 Awesome
  • voto 6

Inferno bianco

Dicembre 1944. Durante la Seconda Guerra Mondiale, sull’Appennino Tosco-Emiliano, un gruppo di genieri della Forza di Spedizione Brasiliana (FEB), inesperti e a disagio nel terribile gelo europeo, tenta nottetempo di neutralizzare uno dei numerosi campi minati tedeschi lungo la Linea Gotica: ma una mina esplode, uccidendo due dei loro, e il reparto, preso dal panico, si disperde nella terra di nessuno. Comincia così un viaggio in mezzo alla neve, in cui cinque sbandati incontrano una postazione avanzata americana misteriosamente abbandonata, un corrispondente di guerra brasiliano, un soldato repubblichino che ha disertato e cerca di raggiungere la sua famiglia in una fattoria vicina, una pattuglia tedesca e un sergente tedesco che afferma a sua volta di voler disertare. Soprattutto incontrano il campo minato che ha impedito ai carri americani di raggiungere un paese liberato dai partigiani e sotto la minaccia di un contrattacco tedesco. Riusciranno a riscattarsi?
Riassunta così la vicenda raccontata in Road 47 potrebbe sembrare il frutto dell’invenzione di qualche sceneggiatore dotato di una fervida immaginazione, anche perché di militari brasiliani impegnati sul fronte europeo durante il secondo conflitto mondiale nelle cronache belliche e nelle pagine di Storia non vi sono moltissime tracce. Eppure si parla di circa 25.300 soldati dell’esercito sudamericano presenti all’epoca sui campi di battaglia del Vecchio Continente a seguito all’entrata in guerra del Brasile contro l’Asse, di cui ben 12.000 furono spediti nel gelido inverno centro-settentrionale, con un numero altissimo di morti, feriti e dispersi. Purtroppo, quella narrata nel film di Vicente Ferraz è una delle tante vicende realmente accadute e scivolate nel dimenticatoio, o ancora peggio incredibilmente ignorate per fare posto a fatti più eclatanti. Ma il contributo del contingente verdeoro alla causa fu anch’esso di vitale importanza, tuttavia per moltissimi sembra addirittura non esserci mai stato. Il grande merito della terza pellicola diretta dal regista carioca, presentata nella sezione Panorama Internazionale alla sesta edizione del Bif&st e nelle sale nostrane con Cinecittà Luce a partire dal 23 aprile nell’ambito delle celebrazioni per i settant’anni dalla Liberazione, è proprio quello di aver reso finalmente omaggio alle gesta di quei soldati. Il film, inedita co-produzione italo-brasiliana-portoghese, prende forma proprio da questa gravissima e diffusa lacuna nella memoria storica. Non è la prima volta che la Settima Arte si trova a dover colmare una di queste lacune e troppe volte ancora dovrà farlo, perché moltissime sono ancora le pagine sepolte da riportare alla luce. Ennesima riprova, questa, che la vera Storia non è quella che troviamo scritta sui manuali o sulle enciclopedia.
Road 47 si allontana dall’epica militare dei classici war movie, alla pari di film come Il deserto dei Tartari, La grande illusione o No Man’s Land, dei quali condivide gli intenti pacifisti e non antimilitaristi, ma non la medesima resa per quanto concerne la concretezza drammaturgica, la sottigliezza allusiva a suggerire quel che c’è al di là dei fatti e l’ammirevolmente lavoro sui personaggi. Ciascuno seguendo traiettorie diverse sono stati capaci di fondere la predilezione per l’indagine dei sentimenti con la vocazione per la Storia. Nella pellicola di Ferraz la suddetta alchimia non sempre si materializza sullo schermo a causa si uno script che non è sempre all’altezza della situazione, con digressioni futili e passaggi prolissi che influiscono negativamente sulla scorrevolezza del racconti. I personaggi che lo animano appaiono nel complesso sufficientemente delineati caratterialmente, ma non tutti con la medesima attenzione. Ciò depotenzializza in parte il peso specifico in termini drammaturgici della “materia” a disposizione. Un ostacolo simile a quello contro il quale si era andato a scontrare anche Spike Lee nel pessimo Miracolo a Sant’Anna. Tuttavia, il regista brasiliano riesce a far emergere con passione il lato umano della guerra, mettendo da parte detonazioni, roboanti effetti speciali e grandi movimenti di masse, per aprire le porta alla componente psicologica e alle sue implicazioni. Il tutto mediante un plot incentrato sui personaggi stessi e sulle loro contraddizioni, passando attraverso due nuclei tematici principali chiamati a convergere: da una parte l’incontro inusuale di culture, quella dei soldati brasiliani con l’Italia e gli italiani, i civili, i partigiani e i nazi-fascisti; dall’altra l’ambiente ostile in cui i sudamericani vennero loro malgrado catapultati, con gente che arrivava dai tropici e che si trovò ad affrontare il nemico più grande, contro il quale non erano stati preparati, ossia il freddo e il gelo, per di più in una guerra di cui probabilmente, anzi sicuramente, non avevano compreso le motivazioni.
Ferraz e il cast (tra cui il nostro Sergio Rubini nel ruolo del disertore) si muovono bene tra le tormente e le difficoltà logistiche dei set, con il primo che dimostra di conoscere il mestiere, di saper dirigere gli attori e di avere gusto per la composizione dell’immagine. Questi fattori consentono a Road 47 di conquistare una sufficienza piena in pagella.

Francesco Del Grosso

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