(Re)Visioni Clandestine #8: Segreti e bugie

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Il fantasma di Raymond Carver

Improvvisamente si ravvisa una strana sensazione (ri)guardando Secrets and Lies (Segreti e bugie, 1996) di Mike Leigh. Molto probabilmente qualcuno potrà ritenerla una critica di lettura intertestuale forzata, ma l’argomento trattato e lo stile registico della pellicola hanno una prossimità con differenti racconti di Raymond Carver. Certamente due realtà geografiche distanti, però in questo caso la loro visione realistica combacia quasi precisamente. Il regista Mike Leigh, nato Salford il 20 febbraio 1943, era riuscito, tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta, a creare dei piccoli quadri sociali e urbani londinesi. Storie di gente ordinaria, di solito della middle class, afflitta da problemi quotidiani e da un passato difficoltoso e non risolto. Lo scrittore Raymond Carver, nato a Clatskanie il 25 maggio 1938 e morto a Port Angeles il 2 agosto 1988, tra gli anni Settanta e gli Ottanta fu il cantore di un’America marginale, tratteggiando short stories di gente comune, quasi sempre proletaria, amareggiata dalle difficoltà di ogni giorno e un trascorso gravoso. Ambedue, quindi, interessati a queste tematiche, seppure di nazionalità ed estrazione culturale differente.

Sin dalla sua presentazione Secreti e bugie ebbe grande risonanza, aggiudicandosi la Palma d’Oro a Cannes come miglior pellicola nel 1996, e ottenendo anche il premio per la migliore interpretazione femminile per l’ottima performance di Brenda Blethyn; oltre ad altri svariati premi e nomination, tra cui ben 5 candidature agli Oscar (miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista, miglior attrice non protagonista, miglior sceneggiatura originale). Probabilmente quello che distacca l’opera di Mike Leigh da quella di Carver è l’eccedenza del fattore lacrimevole, con il personaggio di Cynthia facilmente emozionabile e pronta a patetici pianti, ma quest’aspetto lamentoso è proprio il “graffio” che Leigh ha voluto inserire nel suo racconto. In una narrazione che mantiene un tono distaccato e quieto, il personaggio di Cynthia, sineddoche di un proletariato ignorante, è quello che deve portare avanti l’aspetto farsesco della vicenda. Mike Leigh, autore della sceneggiatura, con Segreti e bugie racconta di un dramma (sarebbe più corretto parlare di vari drammi, come si scoprirà) del passato che si ripercuote – e s’infrange nel finale – nel presente; e questa rifinitura buffa serve per non cadere in un turgido e freddo dramma. Anche perché, per tratteggiare fedelmente la realtà giornaliera, è giusto inserire anche il ridicolo che permea gli esseri umani. Questo squarcio sociale e urbano, molto parlato e profondamente femminile, con ben quattro donne di condizione sociale discordante, ha il culmine nella scena della catarsi, in cui tutti i personaggi si ritrovano “rinchiusi” nel salone di Maurice (Timothy Spall) e Monica (Phyllis Logan). I personaggi, costretti a un confronto o resa dei conti finale, discutono del peso del passato come se fossero figure uscite prepotentemente da un racconto di Carver, precisamente da “What We Talk About When We Talk About Love” (Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore) contenuto nell’omonimo libro pubblicato nel 1981. Per inciso, testo citato e utilizzato anche da Alejandro Iñárritu per il suo Birdman (2014).
Nel filmare questa narrazione realistica, Mike Leigh utilizza un tocco registico pacato, come se stesse in qualche modo studiando i soggetti e i loro piccoli comportamenti. Predilige la macchina da presa fissa, e che il moto dell’azione scaturisca internamente, attraverso l’interazione tra i vari personaggi. Uno stile di “grafia” visiva essenziale che lo accosta, nuovamente, alla scrittura descrittiva e minimalista di Carver.

Roberto Baldassare

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