(Re)Visioni Clandestine #53: Francis contro la camorra

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La distribuzione italiana contro Francis

«Ma, Francis,spogliarmi davanti a te?…»
(Maria rivolta a Francis)

La distribuzione italiana ha spesse volte mostrato una spiccata visionarietà nello spacciare una pellicola straniera nel circuito nostrano affibbiando ad essa un titolo ammiccante acchiappa gonzi che, però, non c’entra nulla con il titolo originale e sovente nemmeno con l’intera trama. A tal proposito si potrebbe stilare una lunghissima lista, che da un lato fa sorridere per la capacità d’inventare titoli accattivanti, ma dall’altro fa stizzire perché la titolazione scelta imbratta un’opera che ha altri intenti. In questo secondo caso ancora grida vendetta lo squinternato titolo, da vera e propria commediaccia erotica, Non drammatizziamo… è solo questione di corna (Domicile conjugal, 1970) di François Truffaut. Tra i tanti esempi di titoli bizzarri sparati dalla nostrana distribuzione, eccone uno poco conosciuto: Francis contro la camorra (Francis Covers the Big Town, 1953) di Arthur Lubin. Quarto capitolo della fortunata serie avente protagonista il mulo parlante Francis, la distribuzione italiana ha completamente cancellato il titolo originale, che spiega l’assunto della trama (letteralmente “Francis fa la cronaca della grande città”), e lo ha trasformato in un titolo che pare evocare il noir napoletano, tipo storia di vendetta. Nella storia originale non c’è nessuna camorra, solamente una banda di malviventi che chiede il pizzo, e tale gang appare giusto verso il finale.

Spiegato lo sbarazzino titolo italiota, Francis contro la camorra – ma il discorso varrebbe per tutta la serie, composta da ben sette pellicole – è un tipico prodotto hollywoodiano nato dopo le tragicità della seconda guerra mondiale, con una comicità molto alla buona e iniezioni di ottimismo e patriottismo. Tutta l’ironia sta nel dare a un asino, per eccellenza considerato animale dalla scarse attitudine intellettuali, un’enorme sapienza mista a una galoppante sagacia, oltre all’incredibile facoltà di poter esprimersi dottamente. Questo fantasioso quanto divertente equino nacque dalla penna dello scrittore David Stern, intorno al 1946, e l’Universal, rinomata casa di produzione di mostri, ne comprò – con giusta oculatezza commerciale – i diritti. Chiaramente lo scrittore americano si immesso nel già noto solco letterario degli animali parlanti (per esempio le favole di Esopo), ma non è da escludere completamente che Stern possa essersi ispirato anche a “La fattoria degli animali” di George Orwell, che fu pubblicato nel 1945, in cui gli animali sono allegorie della gerarchia sociale umana (nello specifico la società staliniana). Dopo tutto Francis, con le sue sferzanti battute, ma sempre dai toni soffici, è un osservatore della società americana, e al momento giusto fustiga l’idiozia umana. I sette film che compongono la serie ripropongono sempre gli usuali battibecchi tra il saggio mulo e il giovane e ingenuo Peter Sterling (Donald O’Connor), quello che cambia di volta in volta è l’ambientazione, e in Francis contro la camorra nel mirino comico c’è il mondo giornalistico. Niente spigolature politiche (siamo alla fine del mandato di Harry Truman) e nemmeno aspetti osé, sebbene la citazione in esergo possa trarre in inganno (come il titolo italiano). Chiaramente è una serie che mostra tutti i segni del tempo, e a guardarlo adesso si può sorridere degli pseudo effetti speciali atti a far muovere il labiale dell’astuto e saccente mulo, eppure Francis è alla base di tante altre pellicole successive, in cui animali pseudo antropomorfi hanno il dono della parola umana. Basterebbe prendere ad esempio il maialino Babe, scugnizzo suino dalla spedita parlata che scopre il mondo che lo circonda, sia animale che umano.

Roberto Baldassarre

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