(Re)Visioni Clandestine #50: Masoch

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Masochismo (pseudo)intellettuale

«È un grande privilegio poter amare
e soffrire come io amo»
(Frase di lancio)

I fratelli Taviani riconosciuti e stimati anche a livello internazionale – sebbene con vistosi scivoloni registici – sarebbero potuti diventare tre, perché oltre alla conclamata coppia formata da Paolo (1931) e Vittorio (1929-2018), si sarebbe dovuto aggiungere, in solitaria, il fratello più piccolo Franco Brogi Taviani (1941) con il suo lungometraggio d’esordio Masoch (1980). Pellicola posta in cartellone sia alla 37º Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (nella sezione ufficiale) che al 18º New York Film Festival, doveva essere il trampolino di lancio cinematografico dell’autore toscano, che proponeva una colta rappresentazione della vita dello scandaloso scrittore Leopold von Sacher-Masoch (1836-1895). Un importante lancio promozionale marcato anche dal libro d’accompagnamento: “Masoch spettacolo della finzione – Sul set di Franco Brogi Taviani” (a cura di Dario Lanzardo, edito dalla Studio Forma), che conteneva la sceneggiatura originale e oltre 400 scatti fotografici dal set.

Sebbene Franco Brogi Taviani si presentasse al festival come esordiente, era già conosciuto e apprezzato come regista teatrale attraverso la sua compagnia “Il Gruppo Nuovo”, che mise in scena testi difficili come quelli di Sartre e Brecht. A livello cinematografico si era fatto le ossa prima collaborando alle pellicole dei due fratelli maggiori, e poi realizzando ben 12 cortometraggi con tematiche socio-politiche. Per quanto riguarda l’approccio alla regia di un lungometraggio, l’apprendistato avvenne con il film per la televisione La sostituzione (1970), finanziato dalla Rai nell’ambito “Serie sperimentali per la TV – Autori nuovi”. Questo variegato percorso, a volte anche ben recensito dai critici, faceva ben sperare, sia per la coraggiosa scelta di optare per un soggetto scabroso e sia per le sicure referenze che l’autore aveva acquisito negli anni. E invece… Il biopic Masoch si rivelò un fallimento totale, soprattutto a livello critico, sin dalla sua presentazione al Festival di Venezia. Brogi Taviani, che scrisse egli stesso la sceneggiatura prendendo spunto dal libro di memorie “Le mie confessioni” di Wanda von Sacher-Masoch, utilizza la vita e le perversioni di Masoch per tracciare da un lato la biografia dello scrittore (quella porzione di vita vissuta assieme alla prima moglie), e dall’altro mettere in filigrana una riflessione allegorica sul potere e le sue deviazioni. Questo secondo aspetto non è dissimile dall’idea che ebbe Pier Paolo Pasolini con Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). La pellicola di Taviani è un biopic che scruta nella vita quotidiana della coppia, tra momenti di normalità matrimoniale e le improvvise pretese morbose di Masoch. Un film che vuole mettere principalmente in rilievo Wanda, donna devota che si sacrifica, quasi annullandosi, per vero amore, e mostrandoci un Masoch fintamente romantico ma completamente autoritario, anche quando ama farsi comandare e frustare. In quest’esordio ci sono delle impostazioni stilistiche simili a quelle dei fratelli maggiori, con una messa in scena quasi da documentario, punteggiata dalle dichiarazioni/confessioni in Close-Up dei due protagonisti, espediente raccolto da Padre padrone (1977). La messa in scena raffinata sconfina nel vuoto formalismo non essendoci dei contenuti adeguati, tra dialoghi pretestuosi e momenti di trasgressione finti, con gli attori nudi in pose plastiche. Un sonoro fiasco che costrinse Taviani a lasciare il cinema per quasi una decina d’anni, per poi tornarci con un altro biopic: Modì (1990). A distanza di decenni, sebbene l’esordio di Taviani non possa essere salvato, anche perché con gli anni si sono stratificati i difetti, Masoch diviene uno degli ultimi esempi di quelle opere cinematografiche (pseudo)intellettuali prodotte sul finire degli anni ’70, riservate prettamente a un pubblico di élite, che poteva sentirsi appagata per un’opera dall’impostazione aulica e poter cogliere le colte citazioni disseminate nella trama.

Roberto Baldassarre

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