(Re)Visioni Clandestine #43: Poliziotto sadico

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Il cinema medio che funziona

Da un lato il cinema acclamato di Serie A, e all’estremo opposto il cinema nefando di Serie Z, ma che ha comunque un nutrito seguito di accoliti. In mezzo a questo ampio divario qualitativo c’è il cosiddetto cinema medio, in cui vengono fatti rientrare i più svariati prodotti cinematografici. Sono veloci categorizzazioni per premiare o ghettizzare una pellicola, ma molto fluide nell’accogliere un determinato titolo. Usualmente sono compresi nella classe A anche i prodotti blockbuster, che dietro l’enorme sforzo produttivo contengono scemenze cinematografiche. Idem per il grado Z, che può contenere qualche interessante perlina, come ad esempio le prime pellicole di John Waters. Nel “cinema medio”, da non confondere con il “cinema da dito medio”, ci sono pellicole di poche pretese, solitamente realizzate per creare profitto, ma sovente realizzate con una certa cura nella messa in scena e funzionali nel trattare l’argomento. Pellicole di Serie B o Straight-to-Video, espressioni ormai di un’altra epoca, testimoniano di come molte opere ghettizzate in queste divisioni posseggano una loro lucentezza, al netto delle mancanze produttive. Tra i moltissimi film medi ecco che sul finire degli anni Ottanta spunta Poliziotto sadico (Maniac Cop, 1988) di William Lustig, imperfetto nella costruzione della trama ma agile nello svolgersi filmico.

Partorita dalla mente genialoide di Larry Cohen, uno degli ultimi baluardi di quel cinema di Serie B yankee, la pellicola mostra tanto i pregi quanto i difetti creativi del suo autore. Come molte idee di Cohen, anche Maniac Cop parte dall’assunto di sovvertire un consolidato e tranquillo luogo comune per trasformarlo in un incubo. Baby Killer (It’s Alive, 1973) è il suo esempio più famoso, ossia ipotizzare che una tenera creatura appena partorita sia in realtà un mostro che massacra le persone; oppure The Stuff – Il gelato che uccide (The Stuff, 1984), in cui non è il mostro a mangiare te, ma sei tu a mangiare la temibile creatura. In questo caso l’incipit della trama di Maniac Cop verte sull’ipotesi che la rassicurante figura del poliziotto invece di proteggere i cittadini li uccida violentemente, creando così il panico nella popolazione, che vedendo improvvisamente una divisa dell’ordine pensa sia il misterioso massacratore. Da questo interessante spunto Cohen elabora uno Slasher Movie (il virulento killer) che mescola con il giallo (l’indagine su chi sta commettendo gli omicidi), che per inciso supera l’aspetto horror, perché Maniac Cop è anche un tentativo mainstream di sdoganare l’exploitation evitando gli aspetti visivi più crudi. In mezzo a questi due generi, Cohen lancia anche qualche frecciatina verso gli alti papaveri delle forze dell’ordine, interessati solo a non perdere la loro faccia e il loro potere. Purtroppo gli scricchiolii si sentono per alcune soluzioni di sceneggiatura, che non sempre hanno una solida logica, ad esempio non è ben risolta la questione se il poliziotto-killer sia un morto redivivo oppure un coriaceo omaccione tornato a vendicarsi. Ed è un peccato, perché ci sono differenti tocchi di pregevole fattura, come ad esempio i titoli di testa, che mostrano la metodica vestizione del poliziotto killer (mai inquadrato in volto); o un paio di soluzioni hitchcockiane, tra cui il plot dell’uomo innocente che deve scagionarsi ma non ha più testimoni a suo favore (uccisi dal poliziotto sadico), o la sottile citazione di Psyco, nella scena dello scarico della doccia, nel flashback che rievoca il perché il misterioso poliziotto è tornato a vendicarsi. A questi apprezzabili elementi si aggiungono gli attori: un efficace Bruce Campbell, attore poco espressivo ma ottimo come innocente; attori di contorno con la faccia e il fisico giusto (Tom Atkins e Richard Roundtree); un cattivo indimenticabile, ossia il mascellone Robert Z’Dar; e alcuni ghiotti camei, ossia del regista Sam Raimi e dell’ex pugile Jake LaMotta (oltre a una comparsata di William Lustig). Per quanto riguarda Lustig, proveniente dall’exploitation (un paio di porno e lo Slasher duro e puro Maniac del 1980), la sua messa in scena è corretta sebbene non abbia grandi guizzi, ed esagera con un finale rocambolesco, concessione a uno spettacolo troppo mainstream (sicuramente atto imposto dal produttore James Glickenhausen). Fortunatamente ci viene risparmiato il bacio finale della coppia, particolare che sottolinea che non è una pellicola partorita da Hollywood). Ecco, questo è quel cinema medio – imperfetto – che funziona: una scaltra exploitation, ripulita per il grande pubblico, di sicuro incasso ma con tocchi genialoidi.

Roberto Baldassarre

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