(Re)Visioni Clandestine #40: Yeti – Il gigante del 20° secolo

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La montagna ha partorito… uno yetino

«Gli uomini sono proprio tutti uguali!»
Jane

Sarebbe divertente scrivere un saggio intorno al genere Mockbuster (a volte definito Knockbuster), perché si scoprirebbe un ghiotto mondo bizzarro e a suo modo geniale, costatando quante pellicole rientrano in tale ambito. Per Mockbuster, che è la divertente fusione tra Mock (falso, parodia) e Blockbuster (successone), s’intende una pellicola di basso budget che vuole cavalcare il successo, scopiazzandone le idee, del kolossal originale. Per fare un esempio pregevole, Piraña (1978) di Joe Dante altro non è che una furbizia cormaniana realizzata per solcare la scia del successo tracciato da Lo squalo (Jaws, 1975) di Steven Spielberg. Adesso, senza fare un lungo elenco di tali prodotti, di cui Corman è stato uno dei più capaci produttori, è sufficiente citare solo una manciata di pellicole nostrane che hanno proliferato in Italia – e hanno tentato il successo anche all’estero – sul finire degli anni Settanta, che mostrano tanto l’ingegno italico quanto la “cialtronesca” azione produttiva. Ad esempio Lo squalo ha generato la produzione del loffio Tentacoli (1977) di Ovidio G. Assonitis; Guerre stellari (Star Wars, 1977) di George Lucas ha spinto l’artigianale realizzazione di Star Crash – Scontri stellari oltre la Terza Dimensione (1978) di Luigi Cozzi. Grease – Brillantina (Grease, 1978) di Randal Kleiser “ispirò” il provinciale Brillantina Rock (1979) di Michele Massimo Tarantini. Ma in questo espanso “universo parallelo” cinematografico, merita spazio il Mockbuster Yeti – Il gigante del 20º secolo (1977) di Gianfranco Parolini.

Quando ne venne annunciata la produzione, autore e produttori promisero che sarebbe stato l’evento dell’anno (se non del decennio), perché sarebbe stato un vero blockbuster natalizio. Sperticate dichiarazioni come attesta anche il backstage realizzato per la trasmissione L’altra domenica (visibile su Youtube) in cui un gongolante Parolini parla della sua creatura filmica. Anche se già, per inciso, da questo breve backstage si comprende la pochezza del prodotto. Tutto questo fervore nacque per sfruttare l’esito di King Kong (1976) diretto da John Guillermin, ma creatura totalmente ideata e prodotta con grande spirito imprenditoriale da Dino de Laurentiis. Bisogna fare una precisazione, però: è vero che il remake di King Kong fu un grosso successo, ma ripartendo gli incassi mondiali, solamente in Italia sconquasso i botteghini, perché in America venne accolto abbastanza tiepidamente, e di apprezzabile ci sono solo gli effetti speciali curati da Carlo Rambaldi, che appunto vinse un Oscar speciale. Per calcare quel successo, creando una storia similare, Parolini scrisse un soggetto in cui un gigantesco Yeti veniva strappato dal suo naturale habitat e ingabbiato per essere sfruttato economicamente, per poi essere salvato dai personaggi buoni. Si vocifera che questa scopiazzatura, intitolata Yeti Big Foot, fu scritta per De Laurentiis, che era intenzionato anche a produrla, proprio per cavalcare l’ottimo esito di King Kong, ma dopo Parolini decise di fare da solo, e la vicenda finì in tribunale. Alla fine De Laurentiis non ne realizzò una sua produzione.

La pochezza di Yeti è già constatabile dalla mancanza di un vero produttore, utile non solo a mettere i soldi necessari alla realizzazione, ma anche a seguire la lavorazione ed evitare cialtroneschi lavori. La pellicola di Parolini, che si firma con l’americaneggiante nickname Frank Kramer, è un tripudio d’incapacità, tanto a livello di sceneggiatura quanto per la messa in scena. La storia, che come si è accennato brevemente è una spiccicata imitazione della storia dello scimmione, è in bilico tra toni drammatici (la povera creatura sfruttata) e comicità (battute demenziali e scenette amene), tanto che non si capisce se vuole essere una parodia del genere. Tale comicità aumenta sul piano della messa in scena, perché gli attori recitano malissimo e gli effetti speciali sono infimi, con gli artigianali modellini che dovrebbero simulare i grandi edifici distrutti dallo Yeti o i trasparenti per mettere nella stessa scena il grande mostro e i piccoli uomini, che hanno colori sballati o slavati. Non manca nemmeno il gigantesco braccio dello Yeti, utilizzato fortunatamente poco vista la qualità degli effetti speciali. Anche le musiche non sono da meno, perché per questa supposta “grande” produzione si è creato un gruppo apposito, denominato The Yetians, che esegue la Title Track Yeti, un “accattivante” pezzo rock per i giovani. In questo pasticcio nostrano, girato prevalentemente per un pubblico adolescente, dispiace non tanto per come viene resa la figura del mostro, ma per l’attore Mimmo Crao che ne veste la pelliccia. I primi piani sugli occhi mesti e umani del mostro non suscitano compassione per la sua situazione, ma risa per il ridicolo involontario. La protagonista Jane (scopiazzatura anche del mondo di Tarzan), interpretata da una giovanissima Antonella Interlenghi che si firma Phoenix Grant, snocciola la battuta (comica?) posta in esergo, a cui bisogna aggiungere che non solo gli uomini, ma anche i mockbuster nostrani sono tutti – scarsamente – uguali.

Roberto Baldassarre

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