(Re)Visioni Clandestine #25: Love Is the Devil

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Bacon affumicato

Ogni atto di creazione è, prima di tutto,
un atto di distruzione
(Pablo Picasso)

I geni artistici che tirano di più per un biopic cinematografico – vero o fittizio che sia – sono pittori o musicisti. Un filino meno gli estrosi della scrittura, e ancor meno gli scultori (in questo caso le pellicole realizzate si potrebbero contare sulle dita di due mani). Un discorso totalmente a parte le opere biografiche incentrate sui geni del cinematografo, essendo spesse volte tali biopic delle amare riflessioni sul mezzo stesso. Quel che è certo, qualora si decidesse di realizzare un biopic, è scegliere un’eminenza artistica di “genio e sregolatezza”, meglio ancora se incline a un declivio verso la pazzia. Per fare un futile esempio, è abbastanza improbabile che qualcuno si cimenti in un’autobiografia sul geniale Immanuel Kant, benché filosofo fondamentale, già Bertrand Russell, nel suo “Storia della filosofia occidentale” (1945), lo dipinse come una personalità dalla vita troppo monotona. Tornando ai pittori e ai musicisti, rispetto ad altri artisti, sono molto più ammalianti da riprendere nell’atto creativo, essendoci nei loro movimenti compositivi l’espressione del sacro demone che scaturisce dall’ispirazione. Tale aspetto ha maggiore risalto quando si tratta di pittura, essendo un’arte completamente visiva, proprio come il cinema.

Sono state realizzate un’infinità di pellicole incentrate sui pittori, e tra le migliori va sicuramente citato Le mystère Picasso (Il mistero Picasso, 1956) di Henri-Georges Clouzot, indimenticabile opera cinematografica in cui possiamo vedere l’artista spagnolo nell’atto creativo. Non tutte le pellicole, però, si concentrano sul pittore mentre realizza i propri lavori, anzi, molte prediligono dedicarsi in maggior misura alla vita privata dell’artista, perché molto più interessante della semplice riproposizione di com’è stato creato un quadro. In questo secondo ambito rientra perfettamente Love Is the Devil – Study for a Portrait of Francis Bacon (Love Is the Devil, 1998) di John Maybury, che come recita il titolo vuole essere un tentativo di descrizione del pittore Francis Bacon (1909-1992), noto artista che incarnava perfettamente il genio e la sregolatezza. La pellicola, che fu presentata al 51º Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, però non è un sunto della vita del pittore, e tanto meno è molto interessata a far vedere Bacon mentre lavora sulle sue opere (solo in un paio di scene lo si vede tratteggiare con foga dei quadri), ma predilige concentrarsi su uno spicchio della lunga vita di Bacon, cioè sui sette anni in cui intrattenne un rapporto sadomasochistico con il giovane modello e amante George Dyer. Maybury, anche sceneggiatore, accentrandosi su quest’arco della sua vita, mostra un Bacon fintamente iconoclasta e spiccatamente volgare, sempre pronto a mettere in ridicolo il suo amante di fronte alla gente. Il grande pittore, che si lava i denti con il viakal e come un bohemien va in sordidi bar, ha in realtà un’anima spiccatamente borghese, perché si trucca e si compiace di avere successo nei grandi musei mainstream. Quasi sempre ambientato nella casa/studio di Bacon, le rare sortite da quel claustrofobico servono a mostrare una Swimming London luccicante ma decadente.

Maybury, al suo esordio nel lungometraggio dopo acclamati lavori di piccolo taglio (cortometraggi e videoclip), cerca di cavalcare lo stile pittorico di Bacon con un tocco registico urticante, fatto di scene graffianti (le improvvise visioni oniriche), asfissianti (gli stretti spazi) e maleodoranti (far percepire il tanfo dei luoghi). Concentrandosi maggiormente solo sull’aspetto visivo, però, Maybury non ha curato allo stesso modo la trama, che a volte punta su un’innocua crudezza (le pratiche sessuali, benché non platealmente esibite) e altre volte su una descrizione affumicata della società che circondava Bacon. Love Is the Devil, quindi, è come se volesse essere un’opera trasgressiva ma allo stesso tempo non insolentire gli spettatori, in modo tale da che pensino di aver visto una pellicola pseudo-intellettuale. Quello che rimane di buono, è l’ottima interpretazione di Derek Jacobi e, per le spettatrici donne, un Daniel Craig, ancora poco noto, che si esibisce in un full-frontal dentro la vasca da bagno.

Roberto Baldassarre

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