(Re)Visioni Clandestine #14: Bianca

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La crisi di Apicella e l’evoluzione di Moretti

«Siiiii! Siiiiii, sono un mostro!»
(Michele Apicella in Sogni d’oro)

Il maxi bicchierone di cioccolata da cui Michele Apicella – nudo – attinge il coltello per spalmarla sulla fetta di pane, è una di quelle scene cinematografiche entrate nell’immaginario collettivo. Una scena stramba e demenziale, perfetta sineddoche di una pellicola certamente definibile come grottesca, ma che comunque non rispecchia pienamente l’anima di un film come Bianca. Opera realizzata da Nanni Moretti nel 1984, Bianca, seppure persegua quell’umorismo graffiante già presente nelle pellicole precedenti dell’autore, è un nettissimo stacco rispetto ai precedenti lungometraggi. Un’opera matura, soprattutto a livello di racconto, in cui le ossessioni e i guizzi interpretativi di Nanni Moretti si sono affinati. Nel riguardare Bianca, e andando oltre quel grande bicchiere di cioccolata – e le altre scene divertenti –, si palpa maggiormente l’angoscia insita in questa storia gialla di cui è protagonista Michele Apicella (alter ego dell’autore), questa volta nelle vesti di un frustrato professore delle superiori che cerca di essere felice.

Bianca è il quarto lungometraggio di Nanni Moretti, che si era palesato, dopo tre cortometraggi in Super 8, già con l’“amatoriale” Io sono un autarchico (1976), e subito dopo (si) rilanciò molto bene con Ecce bombo (1978), commedia riflessiva sulla gioventù post ’68, che dietro la risata portava avanti anche un’amara riflessione sullo stato comatoso di tale generazione. Con Sogni d’oro (1981), vincitore del Leone d’Argento al Festival di Venezia, Nanni Moretti si confermò giovane autore di peso, però la pellicola mostrava anche una crisi (o incrinatura) nel suo modo di approcciarsi ai disagi di un personaggio post ‘68, proprio perché i suoi “anatemi” ululati cominciavano a divenire manieristici e fini a se stessi. È vero che in Bianca Moretti rimette al centro Michele Apicella, ma questo personaggio non ha nessuna relazione con le precedenti tre apparizioni. Come si è scritto poc’anzi, il nevrotico Apicella è solamente un sostituto cinematografico di Moretti, figura tanto realistica e concreta quanto astratta e bizzarra, calabile nelle differenti storie che l’autore vuole raccontare di volta in volta. Apicella apparirà nuovamente e verrà fatto morire in Palombella rosa (1989), per lasciare spazio negli anni Novanta a Moretti stesso. Apicella è uno spocchioso critico osservatore della società che lo circonda (come Moretti), e in Bianca quelle sue certezze deflagrano definitivamente, mostrando un personaggio fragile e perdente, che può consolarsi solo mangiando dolci, come un bambino. Ma in questo quarto lungometraggio morettiano, una “diretta” connessione con il precedente Sogni d’oro c’è. Il personaggio di Bianca è l’evoluzione di una delle idee/visioni presenti nel precedente Sogni d’oro. In quella pseudo autobiografia, il regista Michele Apicella sognava di essere un professore che s’infatuava perdutamente di una studentessa di nome Silvia (interpretata dalla stessa Laura Morante), dai lineamenti puri e dalle idee chiare. Quell’abbozzo d’idea, che riempiva il già gravido Sogni d’oro, in Bianca mantiene gli spunti di base, ma si sviluppa in maniera differente. L’eterea figura di Bianca, che emana salvezza – e dannazione – per Michele Apicella, è quasi come il personaggio dell’ingenua Stella in Accattone (1961) di Pier Paolo Pasolini, di cui Vittorio Cataldi s’innamorava mettendolo in “crisi” su una probabile nuova vita felice e tranquilla.

La complessità di Bianca è dovuta soprattutto all’apporto in sede di sceneggiatura di Sandro Petraglia (1947), saggista e critico di cinema, che è stato anche collaboratore di Marco Bellocchio, con cui tra l’altro scrisse l’adattamento cechoviano de Il gabbiano (1977), altra storia di crisi creative e sentimentali. E su questo sostrato drammatico, venato da forti accenni grotteschi, Moretti vi ha posto personaggi patetici e/o ridicoli, come per esempio il vicino d’appartamento Siro Siri (Remo Remotti), oppure il corpo docente della scuola Marylin Monroe. Questo variopinto istituto, seppure descritto con toni super stravaganti, è una di quelle ferine frecciate critiche di Nanni Moretti verso la società italiana degli anni Ottanta, che si stava avviando verso un rimbambimento indecente. Alle fondamentali lezioni di erudizione, subentrava una memoria storica fatta di facezie, frutto anche di un nuovo corso dettato dalle televisioni commerciali.

Roberto Baldassarre

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