Return to Dust

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7.0 Awesome
  • VOTO 7,5

Polvere alla polvere

Se a Udine nei giorni del festival vi è di norma la possibilità di confrontarsi con quanto di meglio, proprio a livello di generi cinematografici, le filmografie orientali attualmente propongono, notevole è anche l’impatto di certe visioni connotate al contrario da una maggiore “autorialità”. Notevolissimo, in questo caso. Tant’è che al 24° Far East Film Festival il sobrio, quasi solenne e senz’altro impegnativo Return to Dust di Li Ruijun si è imposto nel palmares, ottenendo sia l’ambito premio Black Dragon ( assegnato dai possessori del Black Dragon Badge) che il secondo posto nell’Audience Award, ossia il Gelso d’Argento. A riprova, peraltro, dell’estrema diversificazione delle proposte giunte quest’anno dalla Cina, capace di produrre validissimi lungometraggi di intrattenimento e al contempo opere tese a stimolare riflessioni d’altra natura.

La macchina da presa spesso immobile di fronte alle azioni quotidiane e agli affanni dei protagonisti. Le tinte ocra e verdognole di un paesaggio rurale privo di qualsiasi comfort, in cui il tempo del lavoro pare assorbire tutto. Le relazioni tra gli abitanti del villaggio impostate senza troppi fronzoli, laddove un’economia di sussistenza sembra suggerire a ognuno comportamenti estremamente pratici, ai limiti del cinismo, specie quando vi è da patteggiare compensi, saldare debiti, risolvere questioni in ambito famigliare.
Questo è il mondo in cui ci trasporta il cineasta cinese Li Ruijun, al suo sesto lungometraggio: una realtà aspra e difficile da affrontare, ma non priva di un sofferto lirismo. Sicché ci si appassiona gradualmente, dopo uno sposalizio alquanto scarno, austero, alla bucolica storia d’amore tra due anime semplici, il poverissimo Ma You e una Cao Guijing già minata nel fisico. La loro alcova: un tugurio. Il loro ménage matrimoniale: la dura vita dei campi. L’unica compagnia fissa: un asino anch’esso laborioso e paziente, che li aiuta nelle fatiche quotidiane. Vedendoli verrebbe quasi voglia di tirarci tutti un po’ su coi versi della vecchia canzone di Paolo Barabani: “Hop hop hop somarello, trotta trotta, il mondo è bello”.
Ci si avvia così verso un epilogo malinconico e persino struggente. Polvere alla polvere. Ma nei tempi così lenti, quasi ieratici di Return to Dust, vi è senz’altro la possibilità di affezionarsi realmente ai personaggi. Per quanto sia da sconsigliare assolutamente la visione del film quando lo stato d’animo è già mesto di suo: gli ambienti descritti con asciutto, sincero e finanche poetico realismo da Li Ruijun, connotati da un’indigenza estrema, rivelano strada facendo sentimenti genuini ma di reali motivi di gioia (al di là dell’affetto presente all’interno della coppia protagonista) e di sorrisi non ne regalano poi tanti.

Stefano Coccia

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