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Redenzione

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VOTO: 7,5

Vite sospese

Selezionato per il 40° Torino Film Festival, Redenzione rappresenta intanto il ritorno dietro la macchina da presa di Maria Martinelli per un’opera di finzione, dopo tanti lavori di natura documentaria e una altrettanto cospicua attività di divulgazione, organizzazione e promozione cinematografica, svolta anche in ambito festivaliero: vedi ad esempio l’impegno costante espresso negli anni per il Ravenna Nightmare. Ad ogni modo galeotta fu Torino, almeno per noi. Sempre lì infatti ci imbattemmo nel provocatorio Amorestremo (2001), che anche per la presenza nel cast di Rocco Siffredi rappresentò quell’anno un piccolo caso. A distanza di diversi lustri Maria Martinelli si è riaffacciata sul panorama della finzione cinematografica con un film più “sussurrato”, volendo, ma non per questo meno intenso e altrettanto centrato sui personaggi, sulla loro fragile psiche e sui loro corpi. Sono per l’appunto loro, i protagonisti, l’epicentro indiscusso della narrazione, anche quando il terreno da attraversare è quello impervio della memoria.

Altro dato rilevante è che tale lungometraggio costituisce pure l’adattamento di un romanzo pubblicato dalla casa editrice Quarup qualche anno fa, Corpi estratti dalle macerie. Autore: Franco Calandrini, il quale non a caso assieme alla stessa Maria Martinelli e all’attivissimo Stefano Mordini è tra i fondatori a Ravenna dell’operosa casa di produzione e promozione cinematografica Start Cinema.
Cambiate per forza di cose le coordinate geografiche del racconto, rispetto al romanzo, Redenzione ne ripropone invece le delicatissime e tormentate dinamiche psicologiche, nonché gli umbratili agganci tra presente e passato. Quello diretto da Maria Martinelli è principalmente un film di interni, in cui gli spostamenti dei personaggi per raggiungere un determinato luogo sono quasi “divagazioni”, frettolosi passaggi, prima che tra silenzi e sconnesse richieste d’amore avvenga un confronto, sovente impegnativo sul piano sentimentale, talora anche aspro, urticante: momento topico è l’incontro tra Hanna (impersonata da una Marina Savino, aurorale ancorché valida formazione cinematografica e teatrale alle spalle, il cui sguardo profondo buca lo schermo) e il suo amante (interpretato con quasi pari intensità da Matteo Cremon), in un rifugio isolato tra le montagne. Sullo sfondo la ripetitiva vita lavorativa che li ha fatti incontrare, generando per lei un triangolo amoroso ormai impossibile da gestire, all’orizzonte scelte che diventeranno man mano più incombenti, difficili, drastiche. Ma a interagire coi protagonisti nel loro precario presente sono anche quei trascorsi famigliari complessi, assai sofferti sul piano emotivo, che in parte li accomunano, minandone l’identità (e aprendo scenari che portano fino in Albania) al punto di farli sentire in qualche modo “sradicati”, avulsi dal contesto.

Macchina da presa costantemente addosso ai due amanti e ad altri personaggi che ne attraversano (o che durante l’infanzia ne hanno attraversato) il cammino, Redenzione apre di continuo finestre sul passato, come in un gioco di scatole cinesi, associando a tonalità alternativamente calde o fredde (ottime, nel conferire spessore e intimità a determinate atmosfere, tanto la fotografia di Mirco Sgarzi che le musiche di Riccardo Nanni) il susseguirsi di effimere felicità e repentini addii. Per approdare così attraverso molteplici intermittenze del cuore alla sospensione e all’inquietudine dell’epilogo.

Stefano Coccia

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