Red Joan

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6.0 Awesome
  • voto 6

Spia per amore?

Perché mai una messa in scena di stampo indubitabilmente classicheggiante dovrebbe essere considerata un difetto? Alla quintessenziale domanda – si scherza, ovviamente – potrebbe fornire una risposta più che indicativa Red Joan, biopic diretto dal veterano regista britannico Trevor Nunn (classe 1940) ed interpretato da quell’icona cinematografica rispondente al nome di Judi Dench. Tornando alla questione appena enunciata: non è necessariamente un difetto ma può trasformarsi in una zavorra che impedisce al film di spiccare il simbolico volo verso le vette empatiche di un coinvolgimento emotivo più completo, almeno da parte dello spettatore. Analizzato sotto questo profilo, Red Joan finisce con essere una caso “esemplare”. Nel raccontare la storia piuttosto incredibile di Joan Stanley, anziana signora inglese di inizio millennio in corso, che finisce con il venire arrestata in quanto accusata di essere stata, molti anni addietro, una spia al servizio del K.G.B. sovietico, Nunn e la sceneggiatrice Lindsay Shapero compiono la scelta più scontata, quella cioè di alternare presente e passato attraverso l’uso di didascalici flashback. Primo effetto collaterale di tale decisione risulta quello di limitare fortemente la presenza in scena della straordinaria e magnetica Dench, “costretta” a lasciare le luci della ribalta al proprio alter ego giovanile interpretato dalla comunque volenterosa Sophie Cookson, già agente segreto in erba con il nome in codice di Roxy nel primo Kingsman: Secret Service. Altro punto debole dell’operazione è stato quello di voler scommetere dichiaratamente sulla vena melodrammatica del soggetto. Le passioni sentimentali del personaggio principale, inserite allo scopo di rendere palese la sua natura di donna forte ed emancipata, finiscono con l’ottenere l’effetto opposto in coloro che guardano il film, dando inizialmente l’impressione che le scelte della protagonista vengano dettate più dall’amore che dalle convinzioni ideologiche. Per fortuna sarà proprio l’approfondimento di quest’ultima istanza a salvare il film dalla noia incipiente; poiché quello che ne esce è, alla fine, il ritratto a forti tinte di una donna piena di dubbi ed incertezze, specchio perfetto di una confusione ideologica assai contemporanea. Il passato remoto – siamo ai tempi della cosiddetta Guerra Fredda tra Occidente e Unione Sovietica – finisce con il sovrapporsi con l’oggi, nella triangolazione nefasta tra Trump, Putin e la Cina; e la povera Joan finisce con lo scegliere la classica opzione da male minore: quella di fornire informazione ai sovietici sugli studi nucleari britannici al nobile fine di arrivare ad una situazione di stallo che impedisse un possibile Terzo Conflitto Mondiale.
Tutto molto serioso, allora. Tra ripensamenti e rimpianti per ciò che avrebbe potuto essere e magari non è stato, esplicitati dalle espressioni sofferenti della magna diva Dench. Risulta però in contumacia quel salutare pizzico d’ironia satirica di cui in Albione sono maestri, teso a decostruire il fardello del tempus fugit. E nessun tipo di dialettica attoriale si presta al gioco, dato che il resto del cast si dimostra inadeguato a tenere il ritmo impresso da Dench e Cookson nelle varie fasi dell’esistenza del personaggio principale. Red Joan è comunque un’opera che mantiene ciò che sulla carta promette, ovvero intrattenimento di discreto livello senza soverchie ambizioni autoriali. Inutile però attendersi quel passo in più che avrebbe regalato contorni shakespeariani a Joan “La Rossa” – e dire che Nunn, da regista anche teatrale, l’opera del Bardo dovrebbe conoscerla a menadito, avendola trattata più volte in carriera – e che forse avrebbe elevato il film dalla media non troppo aurea di un prodotto da consumarsi sorseggiando un buon thè very british magari davanti al televisore domestico. Rimandando così le emozioni cinefile ad altra occasione.

Daniele De Angelis

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