Rams – Storia di due fratelli e otto pecore

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Per un pugno di ovini

Generalmente si tende ad utilizzare l’aggettivo “shakespeariano”, spesso a sproposito, quando si inquadra una vicenda in cui risaltano appieno le umane bassezze, magari in un contesto famigliare. Non si offenderà allora il grande Bardo se dalla remota Islanda arriva un’opera cinematografica che esplicita quasi alla perfezione il significato più recondito delle sue opere maggiori, senza per questo pretenderne assolutamente di ripercorrerne gli impossibili percorsi artistici. Il fatto è che Rams – Storia di due fratelli e otto pecore (Hrútar, nella versione originale), diretto dall’ancor giovane (classe 1977) Grímur Hákonarson, racconta proprio di una faida priva di senso apparente, tra fratelli i quali, pur vivendo ognuno accanto all’altro, da oltre quarant’anni non comunicano tra loro per chissà quali inconfessabili (al pubblico) motivi. Con l’asciuttezza di un documentarista, dalla qual scuola in effetti egli proviene, Hákonarson fotografa immediatamente la specificità della situazione, trascinando con sé lo spettatore in una spontanea medias res capace di attirare l’interesse altrui sin dalle primissime battute del film.
Nell’entroterra islandese, dove le condizioni climatiche dettano giocoforza ritmi di vita esistenziali così desueti da sembrare quasi astratti, due anziani fratelli – Gummi e Kiddi – si guadagnano da vivere mandando avanti le rispettive fattorie, peraltro adiacenti l’una all’altra, grazie all’allevamento di ovini vari. La prima parte di Rams, molto descrittiva, è un efficace campionario di meschinità assortite, rancori mai sopiti e invidie reciproche quantomai palesi. Persino l’assegnazione del premio al “miglior montone dell’anno” diviene pretesto di insofferenza e desiderio di rivalsa dell’uno (Gummi) sull’altro (Kiddi). E quando un sentimento negativo risulta così fuori controllo, la situazione non può che sfociare verso i territori del dramma assoluto, aspetto che si concretizza narrativamente con l’avvento della scrapie, malattia ovina ad alto grado di infettività che colpisce il sistema nervoso dei poveri animali. Ed è purtroppo incurabile. Il servizio sanitario ordina quindi l’abbattimento di ogni capo di bestiame della zona, innestando una reazione psicologica a catena destinata a peggiorare ulteriormente il rapporto tra i due fratelli. Sino a quando non si scopre che Gummi – il cui punto di vista risulta privilegiato nel film, sia nel bene che nel male, tanto da farne un personaggio eccezionalmente sfaccettato – ha nascosto in casa un montone e sette pecore, allo scopo di perpetuare una specie ormai tramandata da molte generazioni di famiglia. Troveranno allora i due finalmente un punto di contatto?
Permeato di un ammirevole umorismo dal retrogusto amaro – i due fratelli che comunicano solo per iscritto attraverso messaggi messi in bocca ad un cane avente funzione di “ambasciatore” – ad alleggerire in qualche frangente quello che una volta si sarebbe definito un drammone a tutto tondo privo di spiragli di luce, Rams supplisce ad una certa prevedibilità nell’evolversi della trama con una riuscitissima descrizione ambientale ed un ritratto assai veritiero dei personaggi rappresentati, dai due protagonisti a quelli di contorno. Lo spettatore finisce con il respirare un clima d’odio perfettamente speculare al gelo polare che attanaglia gli inverni eterni del paese e che avrà un ruolo decisivo nello scioglimento, peraltro non definitivo, della storia. Senza soverchie spiegazioni – ed è questo il punto centrale che, in tutta evidenza sta a cuore al regista islandese – Rams ci racconta una parabola esemplare, facendoci comprendere quanto il bagaglio di pulsioni negative sia insito nell’essere umano, pronto a manifestarsi anche e soprattutto in contesti al limite della sopravvivenza fisica. Salvo poi magari tentare un riscatto follemente utopico fuori tempo massimo, tanto generoso quanto, forse, inutile nei confronti di comportamenti ormai sin troppo radicati nel tempo.
Ben meritato dunque il riconoscimento ottenuto al Festival di Cannes 2015 – vincitore della sezione “Un Certain Regard” – per un’opera che sceglie l’impervia strada dell’osservazione filosofica di stampo umanista, mantenendo al contempo un minimalismo di messa in scena – splendida recitazione “dimessa” compresa, da parte di tutto il cast – che lo mette al riparo da qualsiasi scivolata nella facile retorica da “lezione morale” a tutti i costi. Fatto, quest’ultimo, che ne rende ancora più preziosa e imprescindibile la pur ostica visione.

Daniele De Angelis

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