Rafiki

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Occhi negli occhi

C’è sempre una prima volta per tutto e quella prima volta può entrare nella storia, in questo caso della Settima Arte. Rafiki di Wanuri Kahiu c’è entrato di diritto e dalla porta principale diventando il primo – e al momento unico – film keniota ad essere proiettato al Festival di Cannes, dove ha avuto il suo battesimo nella sezione “Un Certain Regard” nel 2018. Presentazioni e consensi che sono proseguiti successivamente nel corso delle molteplici proiezioni nel circuito internazionale, compresa quella nel concorso della 33esima edizione del Festival Mix Milano, laddove si è aggiudicato il premio per il miglior lungometraggio. Un riconoscimento, questo, come i tanti altri raccolti sino ad oggi, meritatissimo per una pellicola che per approdare sul grande schermo e proseguire la sua strada distributiva ha dovuto superare una serie di ostacoli non da poco.
L’opera seconda della Kahiu, tratta dal racconto “Jambula Tree” della scrittrice ugandese Monica Arac de Nyeko, vincitrice del premio Caine per la Letteratura Africana nel 2007, parla di amicizia e tenero amore che cresce tra due giovani donne, Kena e Ziki, in mezzo alla famiglia e alle pressioni politiche sui diritti LGBT in Kenya. Il titolo Rafiki – che significa “amica” in swahili – è un termine che viene spesso usato per indicare i partner in una relazione omosessuale, che a causa dell’omofobia nella società devono essere presentati come “amici”, anche se sono più che amici. “Fare un film che parla di due donne innamorate in Kenya”, ha dichiarato la regista Wanuri Kahiu, “significa sfidare un pregiudizio che riguarda il tema della sessualità, profondamente radicato perfino tra gli stessi attori all’interno della troupe, fra gli amici e gli stessi familiari”. Secondo il Kenya Film Classification Board (KFCB), il film contravviene alla cultura e alla legge della nazione: Ezekiel Mutua, Amministratore Delegato della Commissione, ha dichiarato “Il Kenya Film Classification Board ha bandito il film Rafiki a causa della sua tematica omosessuale e del suo chiaro intento di promuovere la cultura lesbica, contraria alla legge e ai valori dominanti dei kenyani”.
Alle altre latitudini, per moltissime cinematografie al mondo, questo film e la storia che racconta sarebbero state all’ordine del giorno, ma evidentemente non in Kenya e in altre nazioni dove il sesso gay è punibile con 14 anni di carcere. Di conseguenza, il mostrarlo sul grande schermo è vietato e perseguibile allo stesso modo. Tra l’altro nella pellicola in questione le scene d’intimità tra le protagoniste si limitano a un amplesso fuori campo, a qualche effusione e una serie di baci sulle labbra. Ciononostante Rafiki in madrepatria è stato bandito e scomunicato, tanto che ci sono voluti diversi anni per trovare finanziamenti per produrlo. I realizzatori hanno cercato di ottenere finanziamenti in Kenya, ma non è stato possibile, trovando per fortuna coproduzione in Europa e finanziamenti in Libano e negli Stati Uniti. Il 21 settembre 2018, l’Alta corte del Kenya ha però revocato il divieto del film, consentendogli di essere proiettato nel paese per sette giorni, soddisfacendo quindi i requisiti di ammissibilità. Dopo che il divieto è stato revocato, la pellicola ha fatto registrare il sold out in un cinema di Nairobi, ma non ha comunque convinto l’Academy keniota a puntare su di essa per la corsa alla statuetta per il miglior film straniero, preferendo il pluridecorato Supa Modo di Likarion Wainaina.
Odissea distributiva a parte, Rafiki è un’opera che riesce senza stereotipi e gratuita spettacolarizzazione del dolore a tessere la trama di un melodramma tenero, delicato e intenso. Merito di una scrittura calibrata e attenta a non scivolare nelle sabbie mobili, che consegna nelle mani della regista le basi solide narrative e drammaturgiche attraverso le quali raccontare una storia di crescita e ricerca d’identità, partendo dal classico e complesso percorso di coming out. La Kahiu alterna i registri e lo fa con una grande fluidità, proponendo allo spettatore un ventaglio di emozioni cangianti che toccano l’apice nell’ultimo atto, quando la violenza prende possesso dello schermo e le protagoniste vengo brutalmente aggredite dal branco e umiliate dai propri genitori. Da spensierato e leggero, il film diventa scuro e duro, modificando improvvisamente colori e toni. Un cambio di pelle che lascia il segno e trafigge il cuore. La cineasta è stata bravissima in fase di messa in quadro a creare il giusto equilibrio tra leggerezza e dramma, modulando e indirizzando le interpretazioni delle due, bravissime, attrici Samantha Mugatsia (Kena) e Sheila Munyiva (Ziki).

Francesco Del Grosso

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