Rafaël

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Fino al sorgere del sole

Il troppo stroppia dice un antico detto popolare. Ciò accade ad esempio quando si abusa di un tema al punto tale da generare una saturazione con annessa quella fastidiosissima e irritante sensazione di déjà vu di già visto e sentito. Cinematograficamente parlando, il pericolo più grande è di trovarsi al cospetto di una serie di pellicole che in un arco temporale più o meno circoscritto, vuoi per l’attualità o per semplice opportunismo, si confrontano e trattano gli stessi argomenti, dando origine così a un elenco di progetti audiovisivi fotocopia. Per differenziare e differenziarsi urge dunque un approccio alla materia o una prospettiva diversa, inedita o laddove non fosse proprio possibile quantomeno interessante, che offra una e più motivazioni o spunti di riflessione per accompagnare e giustificare la visione dell’ennesima opera incentrata sull’argomento in questione. Prendiamo ad esempio quello legato alla crisi dei rifugiati o della migrazione in generale che tanto è al centro dell’acceso scontro e dibattito della politica internazionale. Nell’ambito della Settima Arte c’è stato un proliferare di pellicole che ne hanno fatto il proprio baricentro narrativo e drammaturgico, attingendo il più delle volte a storie o fatti realmente accaduti. La dodicesima fatica dietro la macchina da presa di Ben Sombogaart, transitata di recente nella sezione “Panorama Internazionale” della decima edizione del Bif&st, è una di queste.
Per sua e nostra fortuna, Rafaël è un film che ha trovato una chiave meritevole d’attenzione legata non tanto alla vicenda in sé e ai personaggi che la animano, ma nell’interpretazione che il regista olandese ha voluto dare della crisi migratoria concentrandosi su di un caso con forti connessioni europee, evidenziando la follia della burocrazia europea. Il caso, del quale se ne sono occupati molto i media, è quello del giovane tunisino Nazir e dell’olandese Kimmy che da lui aspetta un bambino. La Primavera Araba costringe i due sposi a rifugiarsi in Europa, ma le leggi ne ostacolano il regolare ingresso. A bordo di un barcone Nazir arriverà a Lampedusa, dove verrà però arrestato perché clandestino e rinchiuso in un centro di “accoglienza”.
Il risultato è una lotta contro tutto e tutti, compreso il tempo, per liberarlo e fare in modo che la loro storia d’amore possa vivere alla luce del sole nei Paesi Bassi. Ovviamente il compito non sarà facile, ma l’amore si sa vince sempre o almeno lo speriamo. Lo dimostra questa vicenda e prima ancora quelle relazioni sofferte e contrastate dei quali grandi letterati si sono fatti eccezionali cantori. Quindi lo spettatore di turno non potrà esimersi dal fare un tifo spassionato, costante e dichiaratamente di parte per i due protagonisti, qui interpretati dagli intensi e talentuosi Melody Klaver e Nabil Mallat, dei quali siamo sicuri sentiremo presto parlare. Le loro performance rappresentano il vettore attraverso il quale fluiscono le emozioni più forti, quelle che regalano alla platea i momenti più coinvolgenti e teneri di una narrazione particolarmente generosa e ricca di pathos. Tale flusso, pur conservando la centralità del tema migratorio e del dramma sociale, finisce però con lo spostare in più di un’occasione il tutto sul melò. In questo modo l’opera mette sullo stesso piano la sfera pubblica e quella privata, dando al fruitore più cause da sposare e per le quali versare lacrime e spendere sorrisi.
Rafaël parla di confini e sogni, di perseveranza e assurda burocrazia. Lo fa da un punto di vista volutamente europacentrico, di quelli che non sempre incontriamo sul grande schermo dove solitamente si ragiona su orizzonti topografici più estesi. Ciò che frena l’entusiasmo nei confronti dell’ultimo lavoro cinematografico del cineasta olandese è la non volontà o l’incapacità di scavare più in profondità in un tema tanto scottante quanto attuale. Scavo che al contrario si evince nel disegno dei personaggi e delle loro emozioni. Vedendo il film si nota un vorrei ma non posso, dove fanno letteralmente a cazzotti scene dure da digerire (vedi il primo rimpatrio di Nazir o il naufragio del barcone) con altre che sono vittime di evidenti epurazioni che risuonano come occasioni perse di dire e di mostrare oltre il già detto e mostrato.

Francesco Del Grosso

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