Quel fantastico peggior anno della mia vita

0
8.0 Awesome
  • voto 8

La presenza nell’assenza

Molti teen-movie hanno raccontato il fatidico momento di passaggio dall’adolescenza ad un’età più matura; pochi lo hanno fatto attraverso il punto di vista, originale e “decentrato”, di Quel fantastico peggior anno della mia vita. Se la titolazione italiana pone l’accento sull’ossimoro presente nel periodo di vita narrato in un film argutamente frazionato in brevi capitoli al pari di un libro di Salinger, avente protagonista Greg, liceale all’ultimo anno sino a quel momento accuratamente mimetizzato per ripararsi dalle intemperie della vita, quello originale rende assai più esplicito il tema centrale del film, cioè la crescita del personaggio principale per mezzo della strada maggiormente inaspettata. Me and Earl and the Dying Girl mette infatti in scena, in modo assolutamente spiazzante e sorprendente, il rapporto tra Greg e la sua compagna di scuola Rachel, ammalata di una grave forma di leucemia. E l’esordiente nel lungometraggio Alfonso Gomez-Rejon – tanta gavetta televisiva alla spalle, tra cui molti episodi della serie American Horror Story – finisce con il realizzare una delle opere rivelazione di questa stagione cinematografica agli inizi.
Presentato in anteprima nella sempre straordinariamente ricca di proposte sezione Festa Mobile del Torino Film Festival 2015, Me and Earl and The Dying Girl, tratto dal romanzo di Jesse Andrews – pure sceneggiatore del film – riesce nell’impresa di sposare una visione eccentrica e originalissima del genere di riferimento con un afflato surreal-poetico assolutamente personale. Come se due universi cinefili, tra loro lontani nel tempo, avessero deciso improvvisamente d’incontrarsi dando vita a qualcosa di inedito: la fantasia come unica “arma” per contrastare una quotidianità sempre identica a se stessa degna del miglior Michel Gondry – chiaro punto di riferimento per il regista tex/mex, tanto da far sospettare inizialmente un ossequio sin troppo marcato –  si fonde magicamente con l’attenzione che negli anni ottanta John Hughes dedicava ai suoi giovanissimi personaggi, difficoltosamente inseriti in un “non luogo” poco accogliente come quello scolastico (rivedere il testo chiave Breakfast Club, del 1984). Anche in questo caso è un liceo il teatro prevalente della vicenda; e tuttavia Quel fantastico peggior anno della mia vita fa compiere a Greg (interpretato dal perfettamente anonimo Thomas Mann: un nome, una garanzia) un passo in avanti addirittura precoce, passando da un rapporto di conoscenza reciproca ad un altro, destinato ad un’interruzione purtroppo prematura con conseguente presa di coscienza in largo anticipo. E in tale processo è il cinema, visto come arte sia teorica che concreta, a giocare un ruolo determinante: perché il rifacimento che Greg ed il suo amico Earl concretizzano di grandi o meno grandi film del passato – concettualmente mutuato da Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm, girato nel 2008 proprio da Michel Gondry – non è solo ludico strumento adolescenziale, bensì mezzo di comunicazione della propria visione del mondo, articolata e quantomai complessa. Questo il grande merito del film di Gomez-Rejon: aver realizzato un’opera in cui i teen-ager diventano, anche loro malgrado, adulti prima del tempo, mentre gli adulti stessi si comportano da ragazzi, incapaci di far fronte (vedere ad esempio il comportamento della madre di Rachel di fronte alla malattia della figlia) a ciò che di drammatico sta accadendo attorno a loro. Ed è nel bellissimo nonché altamente poetico finale che si concretizza il passaggio di Greg da una dimensione esistenziale in fieri all’altra, quella di una piena consapevolezza: la comprensione che un’assenza – quella di Rachel appena scomparsa – possa essere in grado di definire in maniera compiuta quella di una presenza non più fisica, cioè il completamento ideale di un processo di conoscenza spesso ostacolato, in vita, da quelle reazioni emotive – e negative – che noi tutti esprimiamo. Ogni equivoco è superato e finalmente l’empatia più totale può dilagare, con conseguente commozione spontanea.
Raramente un coming of age ha ottenuto un risultato di tale densità emotiva: per questo ed altri motivi Quel fantastico peggior anno della mia vita risulta sì un’opera da affrontare con la giusta predisposizione d’animo, ma certamente da non perdere per nessun motivo. Poiché tra commedia stralunata e dramma assoluto si annida il Cinema con la maiuscola. Quello vero, che riscalda i cuori e illumina le menti.

Daniele De Angelis

Leave A Reply

otto + 20 =