Promised Land

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7.0 Awesome
  • voto 7

Attraversando gli States sulla Rolls di Elvis

C’era una volta l’America. Ma non è una favola quella raccontata da Eugene Jarecki nel suo documentario Promised Land, presentato nella sezione Tutti ne parlano della Festa del Cinema di Roma 2017. L’affermato cineasta, autentica autorità nel campo del documentario – basti ricordare lo splendido Why We Fight girato nel 2005 – parte da una semplice domanda: perché Elvis Presley è diventato uno dei simboli prediletti del classico “Sogno Americano”? Utilizzando la Rolls Royce appartenuta alla star – monumentale paradosso: il Mito a stelle e strisce che viaggiava su una macchina di lusso di produzione britannica – Jarecki vi ospita vecchi compagni di avventura di Presley, volti noti come gli attori Ethan Hawke, Alec Baldwin e Ashton Kutcher, alla ricerca dei motivi dell’affermazione di un Mito della musica. E le risposte che arrivano sono per certi versi sorprendenti. Innanzitutto molti afroamericani rimproverano a Elvis Presley e al suo entourage di essersi appropriato della “loro” musica per ottenere un successo trasversale presso il pubblico bianco. Una forma, in sostanza, di razzismo culturale perpetrato a fini di lucro, quasi speculare a quello che coinvolse la sfortunata Whitney Houston, la cui musica soul fu addomesticata ad uso e consumo di un’audience strettamente wasp. Jarecki guarda ad Elvis e vede in lui una parabola tipicamente americana, dalla povertà più assoluta al lusso sfrenato in pochi anni. Adombrando il concreto sospetto che il cantante non fosse pronto a gestire questo sin troppo repentino mutamento esistenziale. C’è chi si inchina di fronte al Mito (Ashton Kutcher), riconoscendone l’immenso carisma; e chi invece ne critica profondamente le scelte come Ethan Hawke, il quale mette in discussione anche la decisione di conquistare Hollywood, da parte del Re, mediante filmetti di scarsissimo peso artistico ma in compenso di facilissima fruizione popolare. Per tacere di una gestione puramente affaristica della star operata innanzitutto dallo scopritore Tom Parker (vero nome Andreas Cornelis) detto Il Colonnello, figura senza scrupoli che badò semplicemente al massimo sfruttamento della sua “gallina dalle uova d’oro”. Si spiegano così i lunghi contratti capestro di Las Vegas – prigione dorata se mai ne esistita una – nonché l’incredibile assenza di concerti all’estero da parte di Presley, quasi a preservarne, più o meno volontariamente, lo status di icona solo statunitense.
Elvis, insomma, incarna l’America. E l’America è Elvis. Un viaggio dalle stelle alla polvere di un disfacimento fisico irreversibile – Elvis morì a soli quarantadue anni, distrutto dagli eccessi di farmaci – che Jarecki mette, tragicamente, in parallelo con il presente del proprio paese, in primis con l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, sottintendendo uno sfacelo morale dal quale sarà molto difficile riprendersi. Una metafora forse arbitraria e non sviluppata a trecentosessanta gradi, come sarebbe stato lecito attendersi, nel corso di Promised Land; tuttavia senz’altro indicativa della condizione di una nazione talmente disperata da aggrapparsi a qualsiasi cosa pur di avere una minima speranza di rinverdire i fasti del passato. Anche di vendere l’anima ad un “diavolo” il cui slogan fittizio è stato “Make America Great Again“. Promessa di stampo elettorale ovviamente impossibile da mantenere.

Daniele De Angelis

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