Prélude

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6.0 Awesome
  • VOTO 6

I dolori del giovane David

Chi ha avuto il piacere di vedere (per chi non lo avesse ancora fatto lo raccomandiamo caldamente) un film come Whiplash sa quanto dura, piena di sacrifici e dolorosa nel vero senso della parola possa essere il soggiorno e il percorso formativo all’interno di un conservatorio. Dopo il batterista Andrew della folgorante opera seconda di Damien Chazelle a farne le spese e a provarlo sulla propria pelle è toccato a David di Prélude, uno studente di pianoforte che si lancia nel mondo della musica cercando di guadagnarsi un biglietto d’ingresso per entrare alla Juilliard School. Ovviamente la strada per oltrepassare la soglia della prestigiosa scuola newyorchese è lunga e tortuosa. Mettere le mani sulla borsa di studio passa per una preparazione e delle prove estenuanti, di quelle alle quali il filone dei “grandi domani musicali” ci ha abituato, in particolare con i film provenienti da oltreoceano.
Con la pellicola firmata da Sabrina Sarabi, presentata nel concorso della 37esima edizione del Torino Film Festival, ci si sposta geograficamente nel Vecchio Continente, ma la sostanza non cambia. Ciò fa dell’esito un prodotto audiovisivo già ampiamente rintracciabile sul mercato, persino in quello televisivo nostrano con la mente che torna a serialità come La compagnia del cigno o Tutta la musica del cuore. In tal senso, l’opera prima della sceneggiatrice e regista tedesco-ungherese-iraniana segue alla lettera lo schema classico del coming of age artistico, compreso l’imprescindibile scontro-incontro con l’esigente e severo insegnante di turno, aggiungendo anche altra carne al fuoco. Prélude prende e trasferisce sullo schermo l’eredità della tradizione tedesca del racconto romantico e lo fa attraverso il ritratto di un adolescente alle prese con i turbamenti e le tempeste, le pulsioni e le passioni della sua età. Pieno di entusiasmo per la vita, ma schiacciato da crescenti preoccupazioni, il protagonista presto inizia a perdere il controllo, con una compagna di corso che ne scuote il fragile equilibrio.
Quella che va in scena è dunque l’ennesima battaglia psicologica e fisica consumata nella mente e sul corpo di un ragazzo. Le pagine del romanzo di formazione, con tormenti ed estasi annessi, si mescolano con il DNA del dramma a sfondo musicale, dando origine a una storia di dualismi, contese, triangoli (la sequenza a tre nella cascina o la corsa nei corridoi è un chiaro omaggio a The Dreamers) ed estenuanti performance al pianoforte. Il mix non sposta gli equilibri, ma li intensifica in termini emozionali. Le emozioni non mancano ma vanno ricercate in una timeline cristallizzata. Scene come la masterclass in sala concerti, la prima volta di David e Marie o la lite al lago tra il protagonista e Walter, rivale a scuola e in amore, sono isolette in un arcipelago più vasto.
Ciò non toglie però i meriti che vanno riconosciuti alla messa in quadro, tanto da un punto di vista fotografico quanto nella regia stilisticamente classica ma elegante nell’estetica. Da segnalare anche la perfomance attoriale di Louis Hofmann nei ruolo di David, bravo nell’indossare i panni di una sorta di Werther dei giorni nostri.

Francesco Del Grosso

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