PPZ – Pride + Prejudice + Zombies

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5.0 Awesome
  • voto 5

Baci spassionati e morsi senza fame

Poteva uscire fuori qualcosa dagli aspetti potenzialmente interessanti, attraverso un’operazione cinematografica dalle caratteristiche perlomeno insolite. Prendere un classico della letteratura primo ottocentesca come “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen e ibridarlo con la moda dilagante degli “walking dead” (come ha fatto Seth Grahame-Smith nel suo libro a fumetti, diretto ispiratore del film in questione), cioè gli zombie più o meno affamati di organi umani. Il tutto condito dalle atmosfere action e romantiche che tanto appeal riscuotono presso un pubblico giovanile.
Al tirar delle somme PPZ – Pride + Prejudice + Zombies, scritto e diretto dal cinquantenne (!) Burr Steers, risulta sì un’impresa riuscita ma di quelle totalmente a rovescio. Nel senso che il film riesce in un colpo solo ad azzerare sia le sardoniche descrizioni sociali del nobile romanzo austeniano che le pulsioni irresistibilmente romantiche, per l’occasione affogate in un’insapore melassa capace di fare unico affidamento sulle belle faccette del giovane cast coinvolto. Eppure l’occasione pareva servita davvero sul classico piatto d’argento: nobiltà e alta borghesia britannica intente a rimirarsi allo specchio mentre il popolo, vittima della fantomatica epidemia zombesca, rivendica giustamente il sacrosanto diritto a riempirsi lo stomaco. Niente di tutto ciò, purtroppo. Nessuna urticante parodia simbolicamente benedetta da George A. Romero. Solo un pavido omologarsi alla tendenza contemporanea che vuole il “morto vivente” retrocesso a mero pretesto strumentale per dare il via ad una serie di sequenze d’azione dalla assai dubbia capacità di coinvolgimento. Con in più le schermaglie sentimentali di prammatica – nomi dei personaggi e ambientazione True England, almeno quelli, sono rispettosi del testo primigenio – incapaci di andare oltre la routine di un telefilm preserale, di quelli che andavano di moda un paio di decenni orsono.
Non che dal regista sceneggiatore Burr Steers, in verità, ci si aspettasse qualcosa di più o di diverso. Dopo la gradevole operina d’esordio Igby Goes Down (2002), la sua carriera registica è parsa contrassegnata da una più o meno spasmodica ricerca del successo al botteghino, perlopiù in compagnia del fido Zac Efron (17 Again – Ritorno al liceo e Segui il tuo cuore) nonché tentando una fallimentare rivisitazione di generi ampiamente battuti e dibattuti. Medesimo copione – anzi, persino più ambizioso – e stesso risultato anche con PPZ, in teoria crossover di generi tra loro distanti che però rinnegano le rispettive peculiarità di partenza per tramutarsi nel consueto ibrido tendente ad accontentare tutti i gusti e quindi nessuno. Un esempio di cinema da museo delle cere che cristallizza l’azione – pur presente in modo pressoché continuativo – in un reiterarsi senza fine privo di quel nerbo necessario a catturare l’empatia di un pubblico che rimane fondamentalmente estraneo a ciò che vede sullo schermo. Alcune immagini, tipo la donna-zombie con neonato stretto al petto, colpiscono l’attenzione; ma sono sprazzi isolati che anzi acuiscono il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. E tanto per non farsi mancare nulla, pure la concreta minaccia di un sequel, se si ha la pazienza di restare in sala appena dopo lo scorrere dei primi titoli di coda.
Dovunque sia, Jane Austen non potrà fare altro che contemplare amaramente l’aggiornamento cinematografico del proprio testo agli asettici tempi in cui viviamo; mentre tra i vivi, gli autentici cinefili potranno rivedersi il recente Warm Bodies di Jonathan Levine e farlo assurgere al grado di capo d’opera del sottogenere “romanticismo con zombie”, perlomeno in confronto all’oggetto della nostra disamina. Titolo, infatti, a cui PPZ non può nemmeno minimamente aspirare.

Daniele De Angelis

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