Poesía Sin Fin

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il palcoscenico del mondo

Ideale proseguimento del precedente La danza de la realidad, Poesía Sin Fin è l’ultima opera del grande genio del surrealismo Alejandro Jodorowsky, che prosegue il suo percorso autobiografico con un film dedicato alla propria adolescenza e alla nascita delle sue pulsioni artistiche, mentre il primo film era incentrato sulla propria infanzia. E il viaggio sembra proprio destinato a proseguire con altri film, come suggerito nel finale di Poesía Sin Fin: la parabola artistica del Maestro deve passare ancora per il suo soggiorno a Parigi dove avrebbe fondato con Fernando Arrabal e Roland Topor il movimento teatrale Panico, e sarebbe divenuto allievo di Marcel Marceau.
Lo stesso Jodorowsky, che nel film si ritaglia il ruolo sporadico di narratore, introduce Poesía Sin Fin rievocando quella che era una volta l’arteria principale di Santiago del Cile, culla di una vivace vita cittadina, di locali e botteghe, ma anche substrato di un nascente fermento artistico. Il viale, ora anonimo e degradato, viene fatto rivivere come era una volta, semplicemente issando a vista dei teloni, sugli scialbi edifici attuali, che riproducono le facciate dell’epoca. Un inizio che funziona come enunciazione del carattere introduttivo su cui è costruito tutto il film. Jodorowsky continua a leggere il mondo, e la sua stessa vita, come una danza, ma anche come un qualcosa che pulsa di poesia, sinonimo di tutte le arti. E Poesía Sin Fin si configura come un’opera che non si può esaurire nella semplice arte cinematografica, ma come, nell’ecclettismo estremo del regista, una commistione, un crocevia, un sincretismo delle arti. Anzi Jodorowsky sembra proprio voler regredire, far fare un passo indietro al cinema, non sfruttandone appieno il linguaggio, non usando in modo espressivo la macchina da presa o il montaggio, ma ponendo sempre la prima a debita distanza, fissa, come a osservare il teatro del mondo.
Un mondo di nani e ballerine, anche quando già contiene i germi della propria fine. Gli spettri del nazismo e della dittatura si manifestano in senso grottesco con un Hitler nano affiancato a un ufficiale delle SS sui trampoli e poi con una manifestazione contro il dittatore Carlos Ibáñez del Campo. Compaiono due volte dei servi di scena, completamente vestiti di nero e incappucciati, che sembrano essere mutuati da quelli del teatro kabuki che pure rimangono sul palcoscenico; un’antica statua cinese di terracotta troneggia nell’appartamento di uno dei personaggi; compaiono pittori di body art, giocolieri che si esibiscono a un funerale, teatrini di marionette, spettacoli di illusionismo, clownerie, il carnevale, personaggi che ballano in una redroom lynchana, un’Euridice nana. La madre del protagonista che sembra uscita da un film en chanté di Jacques Demy, che si esprime solo a gorgheggi canori. Si arriva all’apice nella scena straordinaria in cui i giovani artisti bohemien camminano in linea retta, rigorosamente, senza curarsi di quali ostacoli della città debbano attraversare, passando per esempio dentro a un tram. È il loro manifesto teorico, quello di un’arte che debba sollevarsi dal mondo, dai suoi vincoli sociali e materiali.
Quello di Poesía Sin Fin è un amarcord felliniano, con la corrispettiva prosperosa Gradisca, dove si manifesta anche il teatro di Les Enfants du paradis, dove il giovane Jodorowsky è interpretato dallo stesso figlio dell’artista, Adan, mentre il padre è impersonato da suo figlio maggiore, Brontis, che già da bambino recitò in El topo. Quel padre che ostacolò l’attività artistica del figlio, che avrebbe voluto che studiasse medicina, considerando la poesia, e l’arte in generale, come un qualcosa di degenerato, da ‘maricon’. E nel finale, l’addio all’adolescenza, la fine dell’inverno, che vede il giovane Jodorowsky in partenza su un battello viola, per raggiungere Breton, compare ancora il vero Jodorowsky che, ammonendo di sentire avvicinarsi la sua fine, abbraccia se stesso giovane e suo padre, i suoi due figli nella realtà. E il primo, dopo aver rasato i capelli del padre, spogliandolo così della sua maschera, lo bacerà sulla bocca. L’amore famigliare universale e il perpetuarsi del proprio DNA artistico della famiglia Jodorowsky che è come un unico organismo.
Con Jodorowsky sembra sempre di tornare a Entr’acte e al dadaismo, con immagini che sgorgano libere come una danza o come i versi di una poesia. E in questo Poesía Sin Fin il Maestro incrocia la sua parabola artistica con quella del direttore della fotografia Cristopher Doyle, australiano, a sua volta ex-ballerino, artefice di quelle danze visive del film Hong Kong Express, che elabora la fotografia di un film, come riferito dal suo regista feticcio Wong Kar-wai, leggendo la sceneggiatura e contemporaneamente danzando. Ma l’apporto fondamentale è stato anche quello delle innumerevoli persone comuni che hanno permesso la realizzazione di Poesía Sin Fin contribuendo al crowdfunding. Tutte rigorosamente ringraziate nella ridda di scritte alla fine del film.

Giampiero Raganelli

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