Playdurizm

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Qual è la realtà?

Una domanda davvero intrigante che ha affascinato ed impegnato molti pensatori e scienziati nel corso dei secoli. Una domanda, peraltro, che porta con sé altre domande circa il modo in cui sia possibile esperire la realtà, se sia possibile ed altre ancora. Sul modo nel quale sia possibile affrontare la realtà circostante si è soffermato Sir Francis Bacon (o Francesco Bacone) filosofo inglese che ha diretto gran parte del suo pensiero verso lo studio della natura e dell’uomo.
Bacon e la sua filosofia vengono spesso citati in questo Playdurizm, lungometraggio d’esordio del giovane Gem Deger, in concorso al Ravenna Nightmare Film Fest 2021, artista visuale passato dietro la macchina da presa che ne è anche protagonista. Il retroterra artistico di Deger è confermato dalle scenografie e dalle luci utizzate nella pellicola. È tutto molto ricco e sovraccarico, con una forte prevalenza di colori primari e luci al neon che conferiscono all’opera un aspetto allucinatorio e disturbante. Inoltre, gli interni sembrano essere volutamente artificiosi, come il set di una sit-com. Questa ostentata artificiosità sembra voler suggerire fin dalle prime immagini che ci troviamo in un qualcosa di fittizio, ma, senza elementi pre-esistenti per giudicare, non possiamo che esaminare la realtà attraverso l’osservazione e l’esperienza diretta, ovvero i cardini del metodo induttivo di Bacon. Il meccanismo narrativo porta per lungo tempo lo spettatore ad ipotizzare di trovarsi davanti ad una storia già raccontata, sebbene in una nuova veste, il ritorno della figura dell’alienato prodotto da una società superficiale e vuota; un “American Psycho” ai tempi dei social network. Tutto lo lascerebbe pensare. Demir, il protagonista, pare proprio essere uno di quei tanti giovani e giovanissimi che nel mondo fittizio dei social trovano la loro vera realtà. Una realtà apparentemente sicura, giocosa e controllata, ma che molto in fretta può rivelarsi assai pericolosa. Le cronache ce lo confermano. Eppure, man mano che ci avviciniamo al finale, notiamo sempre più indizi che ci suggeriscono che siamo davanti a qualcosa di diverso, di più complesso.
Interferenze, cambiamenti repentini di ambiente, alcuni veri e propri glitch, la ripetizione di situazioni che sappiamo essere fittizie. Qualcosa non torna. Il disvelamento, infine, ci porta verso la consapevolezza. Il meccanismo narrativo si rivela essere il medesimo di un giallo all’inglese, con annessa spiegazione finale a beneficio degli spettatori. Ed a quel punto che tutti gli indizi, i suggerimenti sparsi dall’autore assumono un ruolo organico.
Opera prima molto interessante seppur non particolarmente fresca e nuova, dimostra di essere l’opera di un millennial, che ha oramai introiettato il citazionismo elevato a stile (molto importante l’influenza di David Cronenberg e del suo Videodrome) e che quindi costruisce la propria estetica e pensiero artistici sull’opera di chi è venuto prima, aggiungendo qualcosa soprattutto a livello di veste grafica.

Luca Bovio

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