Pinocchio

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Tre padri per un burattino

A rifletterci bene Pinocchio – e con lui tutte le altre figure della fiaba di Collodi che attraversano la metaforica linea d’ombra del cambiamento – è un personaggio totalmente aderente alla poetica di Matteo Garrone. Un utopista illuso che vorrebbe plasmare il mondo a proprio piacimento ed invece si scontra in modo pressoché inevitabile con una realtà differente. Viene da accostarlo, quasi per istinto, ad altri protagonisti del suo cinema, come il piccolo uomo “prigioniero” del proprio corpo nel noir sentimentale L’imbalsamatore (2002), l’innamorato egoista e sadico di Primo amore (2008) oppure al folle sognatore dell’implacabile Reality (2012), sospeso in una bolla indefinita tra esistenza grama e fatue speranze di fama. Tutto questo retroterra, in un progetto a lungo desiderato e meditato dal regista romano come Pinocchio, potrebbe aver dato adito ad una sorta di equivoco: che fosse cioè sufficiente mettere in scena l’impalcatura narrativa di base del testo collodiano evitando di aggiungere un troppo visibile tocco personale. Del resto il “Pinocchio” letterario rappresenta un patrimonio talmente acquisito nella cultura italiana ed internazionale per cui il margine di rischio sarebbe stato davvero troppo elevato. Per giunta la prima escursione nel fantasy di Matteo Garrone – l’ottimo, coraggioso e molto “garroniano” Il racconto dei racconti (2015) – non è certamente stato un successo commerciale, per cui stavolta si è pensato bene di andare sul sicuro e rimanere lontani da qualsiasi pericolo di lesa maestà. Il risultato è un’opera impeccabile dal punto di vista formale, ma dove le caratteristiche istanze del modus operandi di Garrone – a opinione di chi scrive tra i principali autori italiani contemporanei – vanno ricercate assai più nei dettagli che non nella visione generale dell’opera.
Ad esempio è chiaramente percepibile, da parte del regista e sceneggiatore (con la fattiva collaborazione di Massimo Ceccherini in sede di scrittura, peraltro impegnato anche nel ruolo della Volpe davanti alla macchina da presa), una irresistibile empatia nei confronti dei cosiddetti diversi, gli svantaggiati, in un mondo in cui gli umani, Geppetto a parte, restano volutamente anonimi e banali. Sono gli altri che nel film cambiano, si evolvono in un senso o nell’altro. Pinocchio in primis, ovviamente; ma anche Lucignolo, del quale peraltro non viene mostrata la triste fine proprio per un afflato solidale nei suoi confronti. E sarà proprio attraverso la comprensione di termini quali solidarietà e sacrificio che il burattino diverrà bambino in carne ed ossa, comunque non a caso assai meno connotato ed espressivo di quanto non lo fosse nel suo status ligneo. Così il lieto fine dissimulato appare come una scelta perfettamente in linea con quanto Garrone ha realizzato sino ad ora. Al pari della sbrigatività con la quale vengono risolte situazioni narrative che nel libro ispiratore mantengono una valenza emozionale decisamente maggiore, tipo la parte ambientata nel ventre della balena. Come sottolineare che sì, l’aspetto favolistico è bello, con il proprio pathos annesso; ma è più l’asprezza della realtà a far sentire il proprio peso nel Pinocchio di Garrone.
Mentre allora non resta che elogiare in modo incondizionato la performance attoriale di un Roberto Benigni (Geppetto) che riscatta ampiamente la propria versione gigionesca e insopportabile del Pinocchio da lui diretto nel 2002 e di un cast ottimamente in parte con il piccolo Federico Ielapi (nella parte di Pinocchio) sugli scudi, ciò che risalta in modo nitido dalla visione di questa nuova versione è che alla fine sia stato necessario operare un utile compromesso molto all’italiana, se ci è concessa l’espressione. Il Pinocchio 2019 rimane dunque figlio di tre padri, la cui genitorialità viene divisa in parti pressoché uguali: Geppetto padre particolare nella diegesi, Carlo Collodi come creatore letterario del tutto e Matteo Garrone nelle inedite vesti di “sacerdote” officiante questo vecchio/nuovo rito. Per una fiaba immortale che appartiene all’immaginario di ognuno di noi e che comunque è sempre un piacere ritrovare.

Daniele De Angelis

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