Pari

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Figlio mio dove sei?

Dio benedica il cinema iraniano e i suoi autori, capaci di regalare perle audiovisive di inestimabile valore. Perle che hanno lasciato un segno indelebile sullo schermo e nel circuito festivaliero internazionale, laddove hanno raccolto e continuano a raccogliere importanti riconoscimenti (in tempi recenti l’Orso d’Oro della 70esima Berlinale a There Is No Evil di Mohammad Rasoulof) nonostante l’ostilità del regime e la mannaia della censura locale che ha costretto molti di loro a fuggire lontano dalla propria terra per potere continuare a fare arte. È il caso di Siamak Etemadi, regista e attore di Teheran che ha trovato rifugio ad Atene dove si è formato, ha lavorato come assistente e ha ambientato il suo lungometraggio di debutto dal titolo Pari, presentato in concorso al 32° Trieste Film Festival dopo l’anteprima mondiale alla Berlinale 2020 nella sezione “Panorama”.
Le strade, i vicoli, le piazze, i centri sociali, gli alberghi di quart’ordine, il quartiere a luci rosse vicino all’area portuale e soprattutto quello universitario di Exarchia fanno da teatro a un’autentica “odissea urbana” in una città trasfigurata. Qui da qualche anno vive Babak, uno studente iraniano in Grecia (come lo era stato a suo tempo lo stesso regista), che non si presenta in aeroporto per accogliere i genitori in visita ad Atene. Pari e l’anziano marito, entrambi devoti musulmani, all’estero per la prima volta, sono impreparati a cercare il figlio in un ambiente estraneo e che li intimidisce. Gli sforzi per trovare degli indizi si rivelano vani e si trovano ben presto in un vicolo cieco. Ma Pari non rinuncia, sebbene tornare in Iran si prospetti come l’unica scelta ragionevole. Seguendo i passi del figlio ribelle negli angoli più bui della città, attingerà alla sua forza interiore per ottenere più di quanto avrebbe fatto una madre sulle tracce di un figlio scomparso.
Del resto si sa i figl so’ piezz’ ‘e còre e l’istinto materno porta la donna ad avventurarsi nei luoghi più pericolosi e malfamati di una metropoli inghiottita nel buio di una notte nera come la pece, squarciata dalle luci dei lampioni e dei fari delle macchine, pur di rintracciare il ragazzo. Lo troverà? Alla visione l’ardua sentenza, ma nel frattempo la protagonista dovrà affrontare un tour fisico ed emozionale in una topografia che sembra un girone dantesco, che la getterà persino nel cuore degli scontri tra le forze dell’ordine in assetto antisommossa e un gruppo di anarchici armati di molotov. Momento questo alimentato da una forte dose di tensione drammaturgica, senza dubbio tra i più performanti empaticamente di una timeline che non risparmia una serie colpi sferrati alla bocca dello stomaco (vedi il tentativo di stupro nel quartiere a luci rosse). Ma anche una tappa tra le tante affrontate da una madre alla ricerca di un figlio scomparso che finisce con il trasformarsi in un catartico viaggio alla scoperta di se stessa. Prima di allora era una donna condizionata dal suo ambiente: una casalinga, musulmana, iraniana, una madre. Ma in lei c’è più di questo. Il desiderio di vedere suo figlio diventa la forza trainante che la conduce in un mondo sconosciuto. La seguiremo in una corsa avvincente in cui passo dopo passo i suoi meccanismi di protezione, frutto di passati compromessi, vengono meno. Resterà sola, esposta, straniera in un paese sconosciuto.
Pari dunque disegna sullo schermo le traiettorie di un duplice viaggio che Etemadi racconta e mostra con approccio zavattiniano, puntando tutto su un pedinamento che non si stacca nemmeno per un frame dalla protagonista. Motivo per cui la cinepresa e il regista avevano bisogno di poter contare sulla bravura di un’attrice in grado si sostenere l’intero film, caricandolo letteralmente sulle spalle. Quell’attrice è Melika Foroutan che ripaga la fiducia restituendo una performance intensa, dolente, corporea e molto partecipe. Una performance che rappresenta uno dei valori aggiunti di un’opera prima che, pur con qualche piccolo passaggio a vuoto e imprecisione nella fase di scrittura, non perde mai la bussola.

Francesco Del Grosso

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