Parasol

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6.0 Awesome
  • voto 6

La solitudine in forma ironica e surreale

Non è mai semplice mettere a tema la solitudine umana, tanto più con una cifra personale. Il giovane regista belga Valéry Rosier tenta di farlo con la sua opera di esordio, Parasol, presentata in Concorso alla 34edizione del Bergamo Film Meeting. Sin dai primissimi fotogrammi si nota da un lato come l’abbia influenzato il background di video arte (con l’artista Pierre de Mûelenaere), dall’altro la sua cultura franco-belga insieme al privato. Inserendo dei toni un po’ da teatro dell’assurdo di beckettiana memoria, tanto più in alcune scene, e ispirandosi, in particolare, per il  personaggio di Annie (Julienne Goeffers) a sua nonna, Rosier mette in campo personaggi da comédie humaine. Si focalizza su tre generazioni grazie alle storie di Annie, signora agée, Péré (Yosko Péré), conducente di un trenino turistico e il giovane Alfie (Alfie Thomson), imbranato e inesperto. Ad accomunarli è il contesto su cui agiscono, le vacanze a Palma di Majorca, e la condizione interiore, sono anime sole. Ognuno a proprio modo cerca di superare quella dimensione, emerge una disperata voglia di entrare in contatto con l’altro e l’incapacità, spesso, di farlo o anche solo di essere ascoltati e/o accolti.
Sicuramente è particolare e significativo che il regista abbia scelto di utilizzare il tema del turismo come sfondo e, al contempo, coprotagonista in cui immergere i nostri personaggi, anche perché probabilmente è proprio nel momento di svago che facciamo più a pugni col sentirci soli, vorremmo condividere e sentirci amati, ma i desideri non sempre combaciano con la realtà. Per quanto potrebbe anche starci che tra di loro Annie, Péré e Alfie non si conoscano, il punto per cui Parasol non ci convince totalmente sta nel non riuscire ad andare a fondo di quelle anime sole anche mediante la stessa arma dell’ironia. Aggiungiamo anche che lo sviluppo narrativo non prevede un incrociarsi di strade tra i tre, neanche verso la conclusione. Annie è la meglio tratteggiata, oltre che ben interpretata, gli altri due si perdono talvolta in qualche cliché, soprattutto il ragazzo che si fa catturare da cattive compagnie pur di non rimanere da solo. Rosier cita un passaggio del filosofo Emil Cioran «la noia è l’impulso per il divertimento dell’uomo il cui successo rivela la patetica natura dell’umanità» e aggiunge: «I miei personaggi sono dei cercatori attivi; intendo mostrare la loro delicata umanità come contrappunto a un contesto che ci spinge ad esibire il nostro lato patetico». Senza dubbio in Parasol emerge la loro fragilità e questo essere continuamente in cerca, in particolare di amore, dalla signora anziana che si isola nel mondo 2.0 agognando anche il contatto fisico concreto all’uomo desideroso di avere un vero rapporto padre-figlia con la sua bambina, passando per il ragazzo sfigato, che deve mentire per non apparire tale.
Un elemento che abbiamo apprezzato molto è legato alla storia sempre di Annie. Qui la sceneggiatura (curata dallo stesso Rosier) mette ben in evidenza l’aspetto del viaggio organizzato, come tutto debba essere predefinito perché si ha timore che i vuoti nella giornata non soddisfino il cliente di turno. Ciò comporta quasi una bulimia di cose da fare e se “evadi” da quel “circolo” devi rientrare in punta di piedi. Parallelamente vediamo la nostra Annie nel suo sentirsi pesce fuor d’acqua anche quando prova ad adeguarsi, a dimostrazione che ci si può sentir soli anche se si è in gruppo. Va detto che il cast è costituito da non professionisti.
Ripensando al teatro dell’assurdo vengono in mente le solitudini umane poste in campo da Davide Manuli in Beket (2008). Certamente si tratta di film e registi differenti, ma nel caso del cineasta italiano arrivava molto bene l’idea del non luogo, l’intenzione di andare oltre un posto specifico per scavare, con un registro ad hoc, a tratti surreale, in una desolazione umana. In Parasol i buoni propositi, purtroppo, si scontrano un po’ col risultato finale non del tutto soddisfacente.

Maria Lucia Tangorra

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