Once Upon a Youth

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Frammenti di vita, presagi di morte

Tra i premi collaterali che caratterizzano il festival triestino alcuni, in particolare, si contraddistinguono di volta in volta per l’acutezza e la profondità delle scelte. Il Premio Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa è senz’altro tra questi. Ciò si deve, in primo luogo, alla competenza e alla capacità di analisi dimostrate negli anni da chi si fa portavoce di tale riconoscimento. Non ha fatto certo eccezione questo 32° Trieste Film Festival, al termine del quale il Premio Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa al miglior documentario in concorso è andato a Once Upon a Youth (O Jednoj Mladosti, in croato) di Ivan Ramljak, con la seguente motivazione: “Il viaggio intimo del regista nella storia del fotografo croato Marko Čaklović. Attraverso la voce dei suoi amici, le fotografie ed il materiale video dell’artista, il film racconta la gioventù di Čaklović nella Croazia a cavallo del 2000. Riducendo la narrazione agli elementi essenziali, il film ci avvicina alla profondità del protagonista e al suo lascito artistico. Trasformando la scena in un luogo di confessione collettiva, Ramljak ricostruisce anni di creatività, liberazione, edonismo e distruzione giovanile nella vivace scena culturale della Croazia del dopoguerra”.

Stratificato, urticante, sincero, Once Upon a Youth è per Ivan Ramljak omaggio all’amico scomparso, la cui scomposta esistenza viene ricordata con affetto ma senza edulcorarne certi risvolti a dir poco inquietanti, nel loro tendere verso una spirale autodistruttiva; ma è pure occasione di autoanalisi, personale e collettiva, nella misura in cui rievocare qui le esperienze di vita in comune contribuisce ad affermare la fragilità di una generazione, sballottata tra modelli contraddittori e non per questo priva di sensibilità e spunti creativi, delle volte anche molto originali.
Le splendide foto scattate nelle isole della Dalmazia o altrove dall’irrequieto Marko Čaklović diventano così un affascinante “buco nero”, pronto ad inghiottire tanto il talento che l’autolesionismo del giovane artista. Allo stesso modo i pensieri espressi oggi da chi ha avuto Marko quale amico o come amante dialogano in profondità coi ricordi, resi per così dire “solidi” da quel materiale d’archivio, che siano video o fotografie, cui è affidato il difficile compito di tenere viva la memoria di una persona che ha saputo lasciare un segno evidente in chi lo ha conosciuto, pur andandosene troppo presto.
Quasi restrittivo considerare Once Upon a Youth un semplice documentario. In esso vi è infatti la frammentaria ricostruzione di una biografia, all’atto pratico, ma anche, in potenza, l’impronta delle opere che Marko Čaklović e il cineasta Ivan Ramljak avrebbero voluto/potuto realizzare insieme, se il loro destino non avesse avuto in serbo questa brusca e definitiva separazione.

Stefano Coccia

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