Ombre dal fondo

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7.0 Awesome
  • voto 7

Non c’è viaggio senza ritorno

Si dice che per superare un trauma bisogna riviverlo. C’è sicuramente un fondo di verità in tutto questo, perché aggirare l’ostacolo o fare finta che non sia mai accaduto nulla il più delle volte non ha migliorato le cose, al contrario le ha peggiorate ulteriormente perché le ferite sull’epidermide cicatrizzano, ma dentro, nella testa restano e continuano a sanguinare se non si trova il modo per arrestarne il flusso. C’è chi dice che lo scorrere del tempo guarisce ogni cosa, ma non è vero, non credeteci. Magari cura le lacerazioni presenti in superficie, ma non quelle sedimentate e impresse a caratteri cubitali nella mente e nel cuore del protagonista di turno. La chiusura del cerchio per moltissimi di loro diventa a questo punto una vera e propria necessità, come nel caso di Domenico Quirico, inviato del quotidiano La Stampa, rapito in Siria l’8 aprile 2013 e liberato dopo 152 giorni di prigionia. Il viaggio di ritorno fisico ed emozionale in quei luoghi, che ne hanno segnato profondamente e indelebilmente l’esistenza e la carriera, era diventato una scelta necessaria e inevitabile, prima di tutto per lui. Tornare in Siria, proprio in quei luoghi che hanno fatto da dolorosa e atroce cornice alla sua carcerazione, significava proprio voltare finalmente pagina e mettere la parola fine a quel capitolo di paura e sofferenza. Del resto, come da lui stesso dichiarato, quello è il luogo «dove tutto è cominciato e tutto è finito».
Ombre dal fondo, presentato in anteprima alle Giornate degli Autori della 73esima Mostra di Venezia e qualche mese dopo nel Fuori concorso del FilmMaker International Film Festival, racconta con immagini e parole, rievocandola e (ri)vivendola in prima persona, l’odissea che sa di calvario del reporter piemontese. A raccogliere e a mettere in quadro il tutto ci ha pensato Paola Piacenza con un documentario dove passato e presente stringono fra loro un patto e un forte legame, cucendo senza soluzione di continuità i propri fili del tempo.
L’aspetto che più ci ha fatto piacere rintracciare in questo documentario è stato l’allargamento degli orizzonti narrativi e tematiche che l’autrice ha voluto offrire allo spettatore. Sarebbe stato più facile e d’effetto focalizzare il plot unicamente sul racconto di quei 152 interminabili giorni, ma per fortuna non è stato così. Di quei maledetti giorni ovviamente se ne parla, perché era inevitabile, ma entrano a far parte di un discorso molto più ampio attorno al mestiere di scrivere e al senso di una professione, quella del giornalista. Per farlo, la regista milanese filma una serie di conversazioni con il reporter, da cui emerge come l’esistenza del suo interlocutore si sia ormai incarnata nella professione: i suoi principi collimano con le norme deontologiche del proprio mestiere. Ciò che emerge da queste conversazioni ha un valore inestimabile, che non ha nulla a che vedere con quelle stucchevoli e irritanti lezioni di giornalismo dal retrogusto narcisistico alle quali si è soliti assistere, firmate da coloro che la guerra l’hanno raccontata dalla propria stanza d’albergo. Di conseguenza, per poter trasmettere un’immagine quanto più vicina al vero, questo video ritratto non poteva non confrontarsi con il fronte (quello ucraino e il conflitto con i ribelli filo-russi, finché la necessità del ritorno in Siria, nei luoghi della prigionia, non si è presentata come inevitabile), che da sempre è il cuore delle narrazioni di Quirico. Insomma, alle parole si vanno ad affiancare i fatti.
Il limite di Ombre dal fondo, a patto che lo sia perché è sempre una questione di gusti e di punti di vista, sta nella sua confezione televisiva, con un approccio tecnico e stilistico che poco ha di cinematografico. L’uso di focali grandangolari nell’epilogo siriano, attraverso le quali la macchina da presa segue Quirico mentre cammina tra le macerie e i palazzi sventrati sino al luogo della detenzione, sottrae l’opera alla suddetta impostazione da tubo catodico, ma quando oramai si è giunti in prossimità dei titoli di coda e il progetto ha deciso quale veste indossare.

Francesco Del Grosso

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