Oltre Gomorra: intervista a Marco D’Amore

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Conversazione con Marco D’Amore in occasione della 13esima edizione del Salento Finibus Terrae

Conosciuto per il ruolo di Ciro Di Marzio nella fiction televisiva Gomorra, che lo vede attualmente impegnato nelle riprese della seconda serie, Marco D’Amore ha trovato un buco nella sua affollatissima agenda per andare a ritirare il Premio Safiter alla 13esima edizione del Salento Finibus Terrae Film Festival lo scorso 26 luglio in quel di Fasano, durante la giornata conclusiva della kermesse pugliese. Ed è proprio lì che lo abbiamo intercettato, nella splendida cornice di Borgo Egnazia, a poche ore dalla consegna del riconoscimento, per un’intervista nella quale abbiamo deciso di comune accordo di andare decisamente controcorrente, mettendo da parte quelle domande relative a Gomorra alle quali risponde periodicamente, per concentraci invece sui suoi esordi teatrali, sui progetti da produttore e sul cosa significa fare l’attore in Italia.

D: I tuoi esordi sono legati al teatro, in particolare con Teatri Uniti, cosa ti sei portato dietro di quell’esperienza?

Marco D’Amore: Quello con Teatri Uniti è stato l’incontro che mi ha radicalmente cambiato la vita sia in termini di sguardo che di scelte, perché ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare con loro a diciotto anni. Appena finito il Liceo ho iniziato a lavorare in piccole compagnie scarpettiane, partecipando a spettacoli di repertorio classico napoletano. Sono andato a fare un laboratorio in un teatro storico vicino Caserta, a Santa Maria, che si chiama Il Garibaldi. Lì Teatri Uniti stava provando uno spettacolo, Il Pinocchio, riduzione teatrale di Andrea Renzi con Toni Servillo e Roberto De Francesco. Mi videro in una sessione di laboratorio e Andrea Renzi mi convocò per un provino e nel giro di un paio di giorni mi sono ritrovato a fare le prove di uno spettacolo molto grande, con dieci attori in scena che ha fatto due anni di repliche. Dal punto di vista delle scelte da quel momento è cambiato tutto. Sentivo che qualcosa dentro di me si stava muovendo e ho deciso di seguire il cuore, proseguendo gli studi da attore alla Grassi di Milano. Teatri Uniti non è una semplice compagnia, perchè per la storia che ha, per come interpreta il gruppo, è una vera e propria factory. Intorno a Teatri Uniti gravitano artisti dalle provenienze più diverse: ci sono scenografi che fanno i pittori, intellettuali, scrittori e registi. Non a caso le esperienze più importanti degli ultimi anni sono nate da lì: Paolo Sorrentino e Matteo Garrone ad esempio sono nati nella cantera di Teatri Uniti; per non parlare di Toni Servillo, Mario Martone e il compianto Antonio Neiwiller, che ne sono i cuori pulsanti.

D: Poi sei entrato nella compagnia di Bucci e Sgrosso, Le belle bandiere; da loro invece cosa hai preso?

Marco D’Amore: Ho lavorato con loro per tre anni. Anche lì per me è stato come congiungere i puntini per comporre un disegno. Sono stati gli attori storici di Leo De Berardinis, che a sua volta è stato un punto di riferimento per Toni Servillo e che ho potuto conoscere solo attraverso le sue parole. Quindi per me era come proseguire sullo stesso solco, ma da punti di vista diversi perché Servillo fa un lavoro comunque di ricerca, ma sostanzialmente basato sulla rilettura di grandi classici, mentre Marco ed Elena fanno un lavoro di ricerca che parte prima dall’attore, prima dalla costruzione fisica dell’idea di spettacolo e poi dal tradimento del testo; però comunque sono visioni che appartengono allo stesso modo. È stata un’altra esperienza fondamentale per me, perché loro mi hanno coinvolto in altre esperienze che non mi vedevano solo impegnato nel ruolo di attore, ma ho condiviso con loro anni di vita artistica e privata, anche intorno a progetti di laboratori in giro per l’Italia. E lì con loro si è consolidato il rapporto più importante della mia carriera artistica, ossia quello con Francesco Ghiaccio, il socio con il quale ho fondato la casa di produzione La Piccola Società, con la quale ho prodotto e scritto il primo lungometraggio che uscirà a Ottobre (Un posto sicuro), due spettacoli teatrali e due cortometraggi. Ghiaccio ha fatto l’aiuto regia per tre anni nella compagnia di Marco ed Elena. E noi in seno a quell’esperienza abbiamo continuato a lavorare insieme, alimentandoci di quello che facevano loro e non ci siamo mai fermati.

D: Cosa ti ha spinto ad avventurarti così presto nella produzione?

Marco D’Amore: Viene sicuramente da un’esigenza, da un’attitudine, perché non ho grosse pretese di soddisfazioni personali o di apparizioni nel ruolo di attore. Faccio questo mestiere pensando di far parte di un concerto. Per me l’attore non è un ruolo di prima donna, non è una semplice esibizione di vanità ed ego. Sono molto aziendalista in questo e quindi mi interessa molto la macchina, mi è sempre interessata la macchina, tanto che ho iniziato sempre di più a guardarla dall’esterno, prima da regista in teatro e poi nutrendo la forte esigenza di cominciare a mettere insieme le forze, ossia lo scegliere le persone con le quali lavorare, che per me è una dominante. Più che sul ruolo, scelgo di partecipare ai progetti sulla base delle persone coinvolte.

D: Non pensi che sia un discorso un po’ troppo controcorrente, in particolare in un momento come questo dove il lavoro di gruppo è stato fagocitato dall’individualismo e dalla concorrenza?

Marco D’Amore: Questa è una cosa che mi fa soffrire moltissimo, perché dico sempre che il ruolo principale di un artista dovrebbe essere quello dello spettatore. Bisognerebbe godere del talento altrui, andare a cercare il talento altrui e far coincidere a questo ruolo il desiderio di incontro con gli altri. Invece sento che c’è un’ostilità, una difficoltà a ritrovarsi, anche semplicemente per parlare e condividere le idee, perché viviamo in un contesto di battaglia e di concorrenza. Penso questo perché sono una persona che non prova invidia per il lavoro degli altri, non ho paura che colleghi mi portino via dei ruoli e quando incontro un artista, che sia un regista, un attore o uno sceneggiatore, cerco di aprirmi il più possibile per fargli capire che non c’è timore di concorrenza e di slealtà.  

D: Hai mai avuto il timore che il personaggio di Ciro Di Marzio della serie tv Gomorra potesse schiacciarti, ossia che ti indirizzasse sempre verso un certo tipo di ruolo?

Marco D’Amore: Penso che sia fortuna di pochi quella di poter nell’arco di cinque anni interpretare un personaggio che sta in un certo contesto, però con tre profili completamente diversi, perché detto brevemente: Diego di Una vita tranquilla era un delinquente non per scelta e la determinate della sua vita era il fattore emotivo, ossia la mancanza del padre; Francesco di Perez è un animale che si innamora di un Essere di un altro branco, che ha un passato alle spalle che non lo riguarda ed è costretto a impugnare la pistola e quando spara, spara a vuoto; Ciro della serie Gomorra, invece, è una persona che ha una biografia contorta che l’ha portato a diventare un “soldato” che quando mira colpisce. Quindi per me sono rappresentazioni e mutazioni dello stesso personaggio, ma viste da angolazioni diverse. È come se io avessi messo in scena l’Amleto con tre registi che provengono da mondi totalmente diversi. Non è lo stesso Amleto.

D: Ma non hai percepito che ci fosse un tentativo da parte di coloro che si occupano dei casting di trasformarti in una sorta di gallina da spremere?

Marco D’Amore: Purtroppo è diventata un’abitudine culturale quella di far coincidere l’attore al personaggio, perché veniamo da vent’anni di cinema in cui si sono misurati con il ruolo dei dilettanti, a cui affibbiare un ruolo era necessario, ossia se quello non è un attore professionista può fare solo un tipo di personaggio. Adesso secondo me c’è un cambio di rotta in tal senso. Per quanto mi riguardo, in Un posto sicuro faccio un ruolo completamente diverso da quelli che ho interpretato sino a questo momento e il prossimo anno prenderò parte a due film che sono convinto sposteranno l’idea che lo spettatore e gli addetti ai lavori si sono fatti di me. Un cambiamento radicale in tal senso e per questo non temo tale minaccia.  

D: Cosa ha spinto te e il regista Francesco Ghiaccio a realizzare un film su l’Eternit dal titolo Un posto sicuro?

Marco D’Amore: Perché Francesco Ghiaccio, regista nonché mio socio nella casa di produzione La Piccola Società, è di Casale Monferrato. Insieme abbiamo iniziato un anno fa un lavoro di ricerca sul territorio, abbiamo incontrato i responsabili della AfeVA (Associazione Familiari e Vittime dell’Amianto) che ci hanno aperto le porte dell’archivio storico di Casale. Volevamo all’inizio raccontare una storia molto più politica, che si preoccupasse molto di più della vicenda giuridica rispetto a quella umana, ma stando con loro e sul territorio, il bisogno che abbiamo sentito è stato quelo di scrivere un film di denuncia civile che ponesse al centro i sentimenti umani, perché i sentimenti hanno mosso le persone e le hanno fatte sopravvivere. Ed è incredibile come in un luogo di morte, perché a Casale ci sono state accertate circa 3000 vittime di amianto e 55 persone all’anno continuano a morire, ci sia un’energia vitale che rende quel posto per noi un posto unico. Quindi abbiamo un po’ ristretto la lente e ci siamo concentrati su questa vicenda umana che è analoga a tante storie che abbiamo sentito, cioè quella di un padre e di un figlio che si ritrovano all’indomani della scoperta della malattia del primo e che compiono un percorso emotivo sia di riavvicinamento, che di conoscenza, perché il figlio ritrovando il padre capisce cosa ha vissuto quest’ultimo in quella fabbrica, cos’è stato l’Eternit e che cosa significa dover procurarsi “un posto sicuro” per tirare avanti, per garantire alla famiglia un avvenire e allo stesso tempo non garantirsi di vivere in “un posto sicuro”. Questo secondo me fa del film un film universale, che fa un discorso sul nostro Paese molto importante e che analogamente parla di altre decine e decine di casi in Italia come Gela, Porto Marghera e l’Ilva a Taranto. La contraddizione in termini è sempre la stessa: il lavoro che va a distruggere il posto in cui vivi. Secondo me era una cosa importante che andava raccontata e siamo felici di averlo fatto.

D: Tu hai avuto già un’importante esperienza internazionale sul set di Love Is All You Need di Susanne Bier, che ricordi hai di quel film?

Marco D’Amore: Loro sono riconducibili alla teoria del Dogma di Lars Von Trier, quindi hanno una direzione dell’attore e nella concezione del set molto precisa e fortemente individuale. La cosa che mi colpì è che si trattava di un set molto ricco, ma composto da pochissime persone: c’era un direttore della fotografia che operava anche in macchina, che con luce naturale e senza aiuto di riflettori creava l’illuminazione e la scena si girava anche sessanta volte senza mai fermarti. Mi ricordo solo le parole: “again and again and again” che diceva l’aiuto regia di Susanne Bier.

Francesco Del Grosso

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