O Fim do Mundo

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Camminare nel buio

Quando il romanzo di (de)formazione incontra quello criminale nascono film come O Fim do Mundo, nuova fatica dietro la macchina da presa di Basil Da Cunha che dal concorso internazionale della 72esima edizione di Locarno è approdato direttamente in quello della 24esima edizione del Milano Film Festival per provare a dare una scossa alla kermesse meneghina. Qualche traccia al suo passaggio la pellicola l’ha lasciata ma avrebbe potuto imprimere sullo schermo un vero e proprio solco se solo avesse portato fino in fondo la sua missione, ossia quella di “aggredire” lo spettatore con una narrazione capace di restituire ancora più verità al racconto, ai personaggi e alla messa in quadro. Non che questa manchi, al contrario, c’è ed è tangibile, ma fa un passo indietro quando invece servirebbe affondare ulteriormente la lama sotto la superficie, quel tanto da restituire una visione ancora più cruda e dura dell’habitat che si è andati ad esplorare come era stato a suo tempo per operazioni analoghe come City of God o Engkwentro.
Per la sua opera seconda il cineasta svizzero-portoghese torna nella periferia di Lisbona, laddove aveva ambientato il precedente After the Night, e ne fa nuovamente il “teatro” di una storia di formazione violenta che vede al centro Spira, un ragazzo che esce dal riformatorio dopo otto anni di detenzione per ritrovare la sua famiglia a Reboleira, una bidonville in procinto di essere rasa al suolo. Il ritorno a casa non è certo facile e Kikas, uno dei boss locali gli fa subito capire che il territorio è sotto la sua stretta sorveglianza. Spira deambula tra le rovine di Reboleira come un fantasma, cosciente che il futuro non ha molto da offrirgli. La prigione fa ormai parte del passato ma le sbarre, ora immaginarie, che lo imprigionano, nel suo quartiere lo attorniano come lance affilate.
>Da Cunha si attacca ai corpi come una macchina da presa che filma con piglio semi-documentaristico il quotidiano delle persone/personaggi che abitano questo luogo dimenticato. Un habitat dove la sopraffazione, la legge del più forte, la mancanza di speranze per il futuro e delle Istituzioni detta le regole di sopravvivenza e che il regista sembra conoscere molto bene. Il che si deduce dalla precisione con la quale ha delineato i profili delle figure che lo popolano e dalla credibilità della messa in scena degli eventi, ma anche dal rispetto e dal rigore formale con i quali tratta la materia prima della sofferenza altrui senza spettacolarizzarla ogniqualvolta se ne presenta l’occasione (vedi l’aggressione di Spira nel vicolo o la tragica rapina in casa di Kikas). Questi sono senza dubbio i punti a favore di un’opera che ha nelle interpretazioni davvero pregnanti, a cominciare da quella di Michel David Pires Spencer nei panni di Spira, il motore portante. E pensare che si tratta di un cast interamente formato da non professionisti.

Francesco Del Grosso

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