Nowhere Place

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Oltre i limiti verticali

“Oggetto audiovisivo” non meglio identificato, Nowhere Place di Susanne Opstal sfugge volutamente agli immancabili tentativi di catalogazione che si è soliti fare per ricondurre l’operazione in questione a questo o a quell’altro genere, ma anche per provare a identificarne l’esatta natura. Di conseguenza, ci limiteremo ad analizzarne gli elementi fondanti, tracciandone un identikit sommario e allo stesso tempo evitando di cadere nella tentazione di ingabbiare quanto visto e ascoltato nella pratica della classificazione. Arduo è, infatti, il compito di chi si vuole avventurare in una mappatura genetica di un’opera che fa dell’ibridazione il proprio carattere dominante e nelle cui vene scorrono a fasi alterne i linguaggi del documentario, del cinema sperimentale e persino della video-arte. Materiali filmici di spettacolare bellezza, cruda realtà o di puro lirismo si intersecano senza soluzione di continuità.  Forme e formati, tecniche e supporti, stili e grammatiche, vanno così a confluire in maniera simbiotica, armoniosa e mai conflittuale, in un film breve di una trentina di minuti circa, presentato in concorso alla 34esima edizione del Bergamo Film Meeting nella sezione “Visti da vicino”.
Lo short della cineasta olandese, saggio di diploma con il quale ha terminato gli studi di regia alla Netherland Film Academy, è come un camaleonte che cambia il colore della pelle per potersi adattare a situazioni e ambienti diversi, ma anche per potersi difendere da eventuali attacchi. In tal senso, lo scopo prefissato dall’autrice è proprio quello di sottrarre quanto scorre sullo schermo dall’ossessivo bisogno del destinatario di turno, in particolare da quello dell’addetto ai lavori (il critico cinematografico in primis), di ricondurre il tutto a schemi e modus operandi pre-confezionati. Semmai si rintracciano influenze esterne come quelle del cinema di Malick (soprattutto nell’uso del voice over come flusso mentale del narratore, della macchina da presa fluttuante, del ricorso alle decelerazioni, dalla bellezza poetica di certe immagini come la soggettiva nel campo di grano al tramonto), o dal punto di vista figurativo ed estetico allo Stern di Above and Below o al Madsen di The Visit. Tale scelta non vuole essere un’esibizione gratuita di spocchiosa autorialità, di quelle che finiscono inevitabilmente con l’allontanare lo spettatore a causa di logorroici e celebrali vorticosi giri di parole e immagini, il più delle volte boriosi e nei peggiori dei casi persino inaccessibili perché di difficile lettura. La Opstal piuttosto affronta temi e stilemi universali, restituendo e trattando emozioni che noi tutti abbiamo provato o desiderato provare. La catarsi è dunque facoltativa, mai forzata o pilotata dalla regista, libera e soggettiva per ciascun spettatore. Quest’ultimo può arbitrariamente scegliere se lasciarsi andare oppure no al flusso anti-narrativo di un racconto audiovisivo che, come un puzzle, trova un senso solo quando tutti i tasselli trovano la propria collocazione, restituendo la misura del tutto.
Si parla del superamento dei limiti fisici e mentali, su quanto lontano l’essere umano è disposto a spingersi per oltrepassarsi, ma anche della ricerca dell’essenza del nostro esistere e su dove andare a trovarla. Quesiti alti e impegnativi ce ne rendiamo perfettamente conto, come siamo sicuri se ne sia resa conto la regista stessa sin dalla fase di scrittura e pre-produzione. Ciononostante non ci troviamo al cospetto di un ingarbugliato trattato filosofico, antropologico o psicoanalitico, ma di una riflessione ad occhi e a mente aperta su una serie di interrogativi importanti e complessi che toccano in misura diversa ciascuno di noi; con i quali siamo quotidianamente e a tutte le latitudini costretti a misurarci. La regista olandese ha messo su carte prima e in quadro dopo queste riflessioni e questi quesiti trasferendoli infine sulla timeline di un’espressione artistica dove significato e significante viaggiano fianco a fianco e non su binari paralleli. E qui tornano in maniera evidente le influenze di Malick.
In Nowhere Place, la Opstal dipinge un ritratto polifonico attraverso delle sorte di video diari. Per farlo segue un alpinista alle prese con una pericolosa spedizione sulla celebre vetta del mondo, uno dei 1057 candidati alla futura missione senza ritorno battezzata “Mars One” che porterà nel 2033 quattro fortunati sul pianeta rosso nel bel mezzo dell’addestramento sulle stazioni orbitanti  e un temerario performer che si esibisce sospeso su un’impalcatura a cinquanta metri di altezza senza alcuna protezione, per mostrarci come sia possibile oltrepassare certi limiti verticali. Con e attraverso di loro, in missione prima e al ritorno a casa dopo, ascoltiamo e vediamo come hanno saputo abbatterli, in certi casi pagando anche un “prezzo” molto alto. Tutto questo per farci capire altro, per trasmettere al pubblico un messaggio ben preciso: che forse, in fin dei conti, non c’è bisogno di andare nello spazio più profondo, sul tetto di un immenso grattacielo, su un aereo ad alta quota dal quale lanciarsi con un paracaduta o in cima al K2 dopo aver affrontato una scalata infinita e una tempesta di neve, per capire i nostri limiti o per trovare la nostra essenza. Le risposte magari sono sulla terra ferma, dentro le mura domestiche o dentro di noi.

Francesco Del Grosso

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