I nostri ragazzi

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

L’età dell’incoscienza

Un semaforo rosso e la tua vita può cambiare! Potrebbe sembrare criptico e forse inverosimile, ma le cronache dei nostri giorni ci insegnano che non è così e noi non vogliamo svelarvi più di questo in merito all’incipit de I nostri ragazzi di Ivano De Matteo.
Presentato alle Giornate degli autori, sezione autonoma della Mostra del Cinema di Venezia, l’ultimo lungometraggio del regista romano prende spunto dal romanzo di Herman Koch, “La cena” (2011). Una nota va fatta: è liberamente ispirato al libro dello scrittore olandese perché De Matteo e Valentina Ferlan hanno scelto di trasferire la storia nel nostro Paese, adattando anche determinate situazioni e non solo i nomi dei protagonisti.
Due coppie di genitori: Massimo (Alessandro Gassmann) e Sofia (Barbora Bobulova) da un lato e Paolo (Lui Lo Cascio) e Clara (Giovanna Mezzogiorno) dall’altro si ritrovano a cena una volta al mese nello stesso ristorante, ma una sera non sarà come le altre. Detta così non può non ricordarci, seppur con le dovute differenze, due film che hanno riscosso molto successo: Carnage di Roman Polanski e Il capitale umano di Paolo Virzì rispettivamente tratti da “Le dieu du carnage” di Yasmina Reza e da “Il capitale umano” di Stephen Amidon. Non è un caso che letteratura e cinema ci mettano sempre più di fronte al rapporto genitori-figli, a reazioni apparentemente inspiegabili, tanto più se si tratta del cosiddetto ambiente borghese.
Massimo e Paolo sono due fratelli, sia loro che le mogli sono molto diversi, inizialmente li inseriremmo in “tipi” predefiniti, l’avvocato squalo – il primo – e il medico buono il secondo, ma, si sa, niente è come sembra e tanto più nella natura umana ci sono sfumature inaspettate che possono emergere davanti a un fatto estremo.
Un altro tratto in comune con i film precedentemente citati sta nell’avvenimento scatenante, ad opera di due adolescenti, in questo caso due cugini, Benedetta (Rosabell Laurenti Sellers) e Michele (Jacopo Olmo Antinori). Lei è la figlia di Massimo, protetta letteralmente in una gabbia d’orata, lui è il figlio di Paolo e Clara, chiuso nel suo mondo e pronto a scoppiare.
Dopo il buon risultato de Gli equilibristi (presentato in Orizzonti alla 69^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia), De Matteo si addentra ancora una volta nelle dinamiche famigliari per scandagliare il rapporto tra generazioni (e non solo) da un altro punto di vista, portando a compimento un’opera che non convince del tutto rispetto ad alcuni passaggi drammaturgici e, in particolare, nel finale un po’ troppo telefonato.
Ci colpisce vedere sia la Mezzogiorno che Lo Cascio in personaggi che hanno sì tracce drammatiche, ma il cui equilibrio di coppia si basa su un botta e risposta fatto di quell’ironia sana e non ci era ancora capitato di vederli in queste vesti.
Il punto è che nonostante l’impegno registico con dolly e piani sequenza e lo sforzo attoriale, la messa in scena e la scrittura non riescono a dar completamente corpo e forza a uno spunto di partenza che poteva essere interessante, al di là dei paragoni con le pellicole suddette. Saltano all’occhio delle reazioni troppo incomprensibili e che non si possono giustificare pensando alla cronaca; quello che intendiamo è che forse ci sarebbe voluta un’esplicitazione dell’evoluzione interiore dei personaggi, talvolta, invece, c’è un’incoerenza troppo forte tra il disegno iniziale dei protagonisti e lo sviluppo delle rispettive one-line.
I nostri ragazzi ci pone delle domande come: fino a che punto si può arrivare per proteggere i propri figli? Fino a che punto non si vuole vedere? Oltre a mettere in campo la violenza fisica e quella che sottilmente ti logora, l’intolleranza e l’ipocrisia, ma – e lo diciamo a malincuore – resta, in parte, in potenza, un’occasione un po’ mancata.
Non vogliamo generalizzare affermando che gli adolescenti siano tutti incoscienti, quello che ci preme specificare – e che il lungometraggio senz’altro ci trasmette – è che spesso i giovani fanno delle azioni e non hanno consapevolezza di ciò che hanno compiuto, neanche di fronte alle conseguenze più gravi.

Maria Lucia Tangorra

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