Non c’è più religione

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4.0 Awesome
  • voto 4

AAA Cercasi Gesù Bambino

Non si può vivere di rendita e nemmeno sperare che quanto fatto di buono o di riuscito in passato possa garantire al regista di turno l’elisir dell’eterna giovinezza. Ed è cosa andrebbe spiegato a Luca Miniero e a tanti altri suoi colleghi, connazionali e non, convinti che sia sufficiente conquistare una vittoria per rimanere sempre nelle zone alte della classifica. Evidentemente, il successo ottenuto con il dittico Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord lo avrà spinto a pensare di aver già messo le mani sull’ambita ampolla magica. L’ottimo riscontro registrato al botteghino avrà suggerito al cineasta napoletano e ai produttori l’idea di riprovarci, magari replicando sotto altre vesti le medesime dinamiche narrative delle suddette pellicole. Ma per capire come andrà a finire bisognerà attendere il responso al box office. Staremo a vedere.
Nel frattempo l’aver messo sotto la lente d’ingrandimento l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Miniero, dopo Un boss in salotto e La scuola più bella del mondo, ci è servito ancora una volta per renderci conto a quali modus operandi alcuni registi sono costretti a ricorrere pur di rimanere a galla nel panorama italiano. Non c’è più religione, nelle sale nostrane con 01 Distribution a partire dal 7 dicembre nell’affollato cartellone pre-natalizio, è lo specchio fedele di questo modo di procedere e di pensare. Nel film scritto a sei mani con Sandro Petraglia e Astutillo Smeriglia, infatti, è rintracciabile in maniera piuttosto evidente più di un elemento drammaturgico in comune con quelli del 2010 e 2012. Qui lo sforzo di mascherarli, o quantomeno di rielaborarli sotto altra forma e con una diversa sostanza, viene meno a favore di una pigrizia nella scrittura che non può generare altro che una commedia dagli esiti discutibili, che non ha nulla di originale e sulla quale valga la pena di aggrapparsi, capace di strappare allo spettatore solo qualche manciata di sorrisi. La morale e il messaggio interreligioso, unito a quello della convivenza pacifica, dell’incontro con l’altro e dell’integrazione, con i quali si condisce il tutto è solo la ciliegina andata a male da riporre sulla torta. Del resto, basta leggere la sinossi o vedere il trailer che hanno preceduto l’uscita della pellicola nelle sale per intuirne gli sviluppi.
Siamo in una piccola isola del Mediterraneo (facile riconoscere le splendide location de le Tremiti), dove si è alle prese con l’organizzazione di un presepe vivente da realizzare come ogni anno per celebrare il Natale. Purtroppo quest’anno il Gesù Bambino titolare è cresciuto: ha barba e brufoli da adolescente e nella culla non ci sta proprio. A Porto Buio però non nascono più bambini da un pezzo ma bisogna trovarne un altro a tutti i costi: la tradizione del presepe è infatti l’unica “resistenza per non scomparire”. Il sindaco Cecco, fresco di nomina, vorrebbe chiederne uno in prestito ai tunisini che vivono sull’isola: peccato che fra le due comunità non corra buon sangue. Ad aiutarlo nell’impresa due amici di vecchia data: Bilal, al secolo Marietto, italiano convertito all’Islam e guida dei tunisini, e Suor Marta, che non ne vuole sapere di “profanare” la culla di Gesù. I tre si ritroveranno uno contro l’altro, usando la scusa della religione per saldare i conti con il proprio passato. Un lama al posto del bue, un Gesù musulmano e un ramadan cristiano, una chiesa divisa in due e una madonna buddista: un presepe vivente così non si vedeva da 2000 anni nella piccola isola di Porto Buio.
La visione di Non c’è più religione non può fare altro che confermare le prime impressioni, ossia quelle minacciose che preannunciavano un vero e proprio rimpasto, con quel retrogusto inconfondibile che solo le minestre più volte riscaldate sono in grado di lasciare nel palato dello spettatore. C’è il nordista inviato in spedizione punitiva nel meridione, che invece di andare a dirigere un ufficio postale come in Benvenuti al Sud si ritrova a ricoprire il ruolo di sindaco su un’isoletta bagnata dal mare e con poche anime non di primo pelo come abitanti/cittadini.  E c’è anche lo spostamento geografico delle azioni dal Cilento alle Tremiti, con la sostanza che non cambia. Queste sono solo alcune delle tante pseudo variazioni sul tema che sono andate a trovare spazio nello script e nella sua pessima trasposizione, dove è chiaro e lampante il piano messo in atto di portare sullo schermo un clone al quale, speriamo, non venga concesso un seguito.
E se ciò non bastasse, un’ulteriore riprova della pigrizia e del rimpasto ci viene anche dalle scelte operate in fase di casting, con ancora una volta Claudio Bisio nelle vesti di protagonista. E ad affiancarlo ritroviamo anche qualche faccia già vista nel dittico, a cominciare da Angela Finocchiaro, stavolta nelle vesti di una vecchia fiamma dell’attuale sindaco, nel frattempo diventata suora. Insomma, c’è una forte puzza di bruciato e non basta aprire la finestra per mandarla via.

Francesco Del Grosso

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