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Nitram

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VOTO: 7,5

Anatomia di un massacro

Era il pomeriggio di domenica 28 aprile 1996, e il tempo era splendido all’Historical Site di Port Arthur, un centro turistico molto frequentato che si trova nello stato australiano della Tasmania. Il Broad Arrow Café era pieno di gente che pranzava. Verso le 13:30 un giovane biondo, dopo aver finito di mangiare sulla terrazza, entrò nel locale e cominciò a sparare. Quando l’assassino ritenne che tutti erano morti uscì con calma dal locale. In pochi secondi aveva commesso più omicidi di quanti ce n’erano stati nei quattro anni precedenti in tutta la Tasmania. Il bilancio di quello che passerà alle cronache nere come uno dei più sanguinari attentati compiuti a colpi d’arma da fuoco da parte di una singola persona nella storia australiana conterà alla fine 35 morti e 24 feriti, compreso colui che lo ha compiuto, l’allora ventottenne Martin Bryant. Il nome di quest’ultimo però non verrà mai pronunciato per intero per tutta la durata del film che il connazionale Justin Kurzel ha realizzato sul massacro, se non al contrario trasformandolo in Nitram, lo stesso con il quale il regista ha deciso di battezzare sia il protagonista che la pellicola che ricostruisce gli eventi che lo hanno portato a portare a termine quel gesto.
Con il suo quinto lungometraggio, presentato in concorso al 74° Festival di Cannes e più di recente in quello della quarta edizione della kermesse milanese Oltre lo specchio, Kurzel porta sullo schermo l’anatomia di quel massacro, lasciando però l’ultimo e tremendo atto fuori campo. Il regista australiano, al contrario dei colleghi Gus Van Sant e Erik Poppe nei rispettivi Elephant e Utøya 22. juli, sceglie di non mostrarlo per focalizzare sulla sua genesi, provando a scavare alla radice provando a trascinare lo spettatore nella mente fragile del carnefice. Lo fa senza giudizio ma nemmeno distaccandosi completamente dagli accadimenti pur non motivandoli. Parte con un filmato d’archivio che mostra il vero Martin Bryant da bambino, intervistato da una emittente locale dopo essere stato ricoverato in ospedale per delle ustioni alle mani causate da alcuni fuochi d’artificio da lui fatti esplodere. Poi entra nella dimensione della finzione, riavvolge il nastro sino agli anni Novanta e alle settimane che preceduto il massacro, scegliendo unicamente il punto di vista di Nitram per narrare gli eventi. Scelta resa tecnicamente attraverso la macchina da presa che lo tallona per gran parte del tempo, soffermandosi spesso sul suo primo piano per provare a restituire alla platea il magma incandescente di pensieri, sentimenti ed emozioni che ribollono nel suo mondo interiore distorto e alterato. Li si alimenta e prende forma la catena di cause-effetti che la scrittura prima e la messa in quadro poi tramutano in immagini, azioni e parole.
A fare da viatico il lavoro potentissimo davanti alla macchina da presa degli attori chiamati in causa, a cominciare da Caleb Landry Jones, la cui interpretazione nel ruolo complicatissimo di Nitram è stata giustamente premiata dalla giuria di Cannes. Con la sua performance riesce a trasmettere la sterminata gamma di emozioni e stati d’animo in continuo mutamento che albergano nel cuore e nella mente di un personaggio difficile da rendere e da gestire. Motivo per cui l’apporto recitativo di Jones e degli altri componenti del cast, nel quale figurano anche degli intensi Anthony LaPaglia e Judy Davis nei panni dei genitori, rappresenta un valore aggiunto del film. Un film che procede accuratamente per accumulo al fine di mostrare il lento alimentarsi della fiamma che poi porterà all’esplosione di violenza. Una violenza che come già detto in precedenza il regista lascia solo intravedere in lontananza, senza calcare la mano, ma condannandola comunque senza appello. Tutta l’opera in tal sesno, per chi sa ovviamente leggere sotto la mera superficie, è un preciso atto di accusa nei confronti del commercio senza regole delle armi da fuoco, ma anche della solitudine e dell’abbandono nel quale si ritrovano le figure mentalmente precarie come quelle di Bryant e le loro famiglie.

Francesco Del Grosso

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