Neptune Frost

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

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C’è voluto il MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer, che l’ha fortemente voluto per il concorso della sua 36esima edizione, per poter vedere finalmente su uno schermo italiano un film del quale da un anno a questa parte, sin dalla sua prima apparizione pubblica alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2021, si è sentito un gran parlare. Un eco che si è poi alimentato nei mesi successivi grazie ai passaggi in altre prestigiose kermesse come quelle di Toronto, Sundance e Rotterdam. Si tratta di Neptune Frost, il musical fantascientifico co-diretto da dal rapper americano Saul Williams insieme alla moglie, l’attrice, drammaturga e regista ruandese Anisia Uzeyman.
Un’opera, questa, che prendendo spunto dal concept album MartyrLoserKing del 2016 fonde idee e tematiche allacciate da sempre al pianeta sonoro di Williams come l’ambiente, l’immigrazione e i diritti umani. Nasce così, nella cornice delle colline selvagge del Burundi, la storia d’amore tra un minatore e un intersessuale fuggito di casa. Dal loro incontro/fusione si viene a creare un collettivo di hacker anticolonialisti che ha come obiettivo quello di rovesciare e impossessarsi del regime che sta sfruttando le risorse naturali della regione. In questo mondo da decolonizzare il gruppo di ribelli irregolari si muove tra differenti dimensioni temporali e spaziali, tra il tangibile e il virtuale, passato e presente, vita onirica e veglia, mondo colonizzato e mondo libero, maschio e femmina, memoria e prescienza.
Da qui prende forma e sostanza audiovisiva un musical sci-fi inscrivibile in quel filone che è l’afro-futurismo, che collega il capostipite Born in Flames di Lizzie Borden del 1983 al più recente Black Panther. Un filone produttivamente variegato che spazia dal mainstream a pellicole indipendenti come Neptune Frost, con quest’ultima che ha fatto proprio delle briglie sciolte il proprio strumento di libertà creativa attraverso la quale inneggiare alla fluidità e affrontare tematiche dal peso specifico rilevante senza filtri. Il risultato è un film atipico per le produzioni locali, ma anche per gli abituali frequentatori del musical, coraggioso per il modo in cui approccia ad argomentazioni spesso tabù o schiacciati dalla censura in continenti come quello africano, a cominciare dalla sessualità. Gli autori approcciano alla materia senza esitazione, usando la musica, le parole, i gesti e i colori per dare forma e sostanza a un universo lisergico – dal punto di vista narrativo quanto da quello visivo – da godersi in totale immersione, rigorosamente su grande schermo.

Francesco Del Grosso

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