Néo Kósmo

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Distopie domestiche

Adelmo Togliani, artista poliedrico, nei suoi corti sta portando avanti un coerente e sfaccettato discorso sulla dicotomia umano / non umano. L’abbiamo appena definita “dicotomia” ma, volendo, in tali opere si configura più come rete di ibridazioni, dilemmi esistenziali, empatiche fusioni. L’input iniziale è venuto da La macchina umana. Con Néo Kósmo abbiamo assistito però tanto all’ulteriore definirsi di tale poetica che a una maturazione stilistica, percepibile nella gestione delle riprese come pure di ogni aspetto legato alla postproduzione.

Stilisticamente sembra di muoversi tra Gattaca e certe corrosive pellicole dell’austriaco Ulrich Seidl. L’incipit di Néo Kósmo, con le sue ampie carrellate e geometriche inquadrature dall’alto, rivela nell’immediato futuro una bella villa con piscina, isolata in un lussureggiante ambiente naturale. La famiglia che vi abita deve appartenere a un ceto sociale piuttosto elevato.
E già da queste prime battute Adelmo Togliani dimostra, con intelligenza, di volersi sottrarre a qualche consolidato cliché, che vuole ogni distopia futura ambientata in contesti suburbani degradati, tra architetture post-industriali in rovina e notti senza fine.
Il chiarore del giorno. Lo specchio azzurrino della piscina. La vegetazione tutta intorno. Gli interni algidi ma in ogni caso luminosi e riccamente arredati della casa. Potrebbe anche essere un Paradiso, ma di questo si rende conto solo lo spettatore, perché la famigliola in questione è smaniosa ogni istante di abbandonare la pur florida realtà (e qui sta uno dei paradossi) per entrare in quella dimensione puramente virtuale che, complici i continui “suggerimenti” (per gli acquisti) di “orwelliani” poteri centrali e della mega-corporation di turno, pare aver prima integrato e poi progressivamente sostituito ogni aspetto del vivere: lavoro, intrattenimento, sport, persino le emozioni. I rapporti interpersonali sono praticamente annullati, anche a livello famigliare. E la magnifica, terrificante scena a tavola, con ognuno collegato a un visore e preso da esperienze virtuali di timbro emotivo diverso, ne è la sintesi perfetta.

A livello registico Togliani domina il set perlustrandone gli spazi con la giusta consapevolezza, tanto da regalarci proprio all’inizio una piccola notazione ironica: il tenero robottino a molla, retaggio di altri tempi, ripreso attraverso un agile carrello ad altezza piedi finché non incespica e si ribalta. Quasi una deliziosa allegoria dei temi esplorati nel cortometraggio. Anche perché dopo questo fugace momento “amarcord” sarà tutto un florilegio di soluzioni high-tech e domotica.
In questo ménage domestico subordinato a strumenti tecnologici e fughe in universi virtuali vi è però la classica “scheggia impazzita”. Classica, fino a un certo punto, perché a manifestare reazioni emotive forti ed estranee a condizionamenti esterni sarà proprio chi, in teoria, non dovrebbe: la tata androide, splendidamente interpretata da una Giorgia Surina che finisce per svettare, all’interno del cast così compatto e ben assortito.
Si torna così alla questione posta inizialmente, i confini tra l’intelligenza artificiale e un sentire più profondo, valicati qui da una figura che, di fronte alla sostanziale apatia in cui annaspano gli umani che deve servire, ha maturato dentro qualcosa di diverso, di inaspettato. Un bagliore di umanità in una società che ne è sempre più priva. Ed è proprio il tocco elegante ed al contempo sanguigno, empatico, con cui Adelmo Togliani ha saputo rappresentare questo ribaltamento dei ruoli, che pone Néo Kósmo tra i corti più belli da noi intercettati all’ultima edizione del Trieste Science + Fiction.

Stefano Coccia

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