Nasty Baby

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Un LGBT movie atipico e indisciplinato

Già vincitore del Teddy Bear come miglior film a tematica LGBT (una sigla che sta per Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender)  presso il Festival del cinema di Berlino di quest’anno e presente tra i film in concorso allo scorso Sundance Film Festival, dove era stato accolto con non poche critiche da buona parte dei media americani, Nasty Baby, presentato al Torino Film Festival 2015, stupisce grazie ad un atteggiamento di distacco (quando non di vera e propria accusa) nei confronti dei suoi personaggi e delle loro esigenze, un approccio che non si può certo definire frequente nei prodotti cinematografici a tema LGBT che hanno riempito le sale nelle ultime decadi. Come se non bastasse, una svolta improvvisa e sanguinosa farà slittare quello che ai meno attenti potrebbe sembrare un tradizionale queer movie verso uno pseudo-noir carico di angoscia: forse è stata proprio una tale incongruenza stilistica ad aver infastidito i critici oltreoceano, e che invece a conti fatti risulta essere la fonte principale del fascino di Nasty Baby.
Questo è il primo film che il regista Sebastián Silva sceglie di girare in America e in lingua inglese (il precedente La Nana aveva luogo nel patrio Cile), ma tra i produttori figurano Pablo Larrain e il fratello Juan de Dios, veri e propri vessilli del cinema cileno.
Il film è ambientato a Brooklyn: Freddy (interpretato dallo stesso Silva), un artista nevrotico e dal talento sperimentale come l’arte moderna che in parte incarna, che della quale il film darà un affresco a tinte spietate) e Mo (Tunde Adebimpe), un afroamericano calmo e pacato, avvertono il desiderio (particolarmente forte nel caso di Freddy) di avere un figlio. Polly (Kristen Wiig), la migliore amica di Freddy, accetterà con una grande partecipazione emotiva di mettere a disposizione il suo utero per una fecondazione assistita, ma la sua gravidanza non arriverà tanto facilmente quanto i tre avevano sperato. E proprio quando il sogno omogenitoriale sembra essere ad un passo dalla realizzazione, ecco che nell’andamento sin’ora armonico di Nasty Baby si impone una brusca rottura che, oltre a rivelarsi ancor più estrema di quanto si potesse già ragionevolmente presagire, getta un’ombra di incertezza sulla prima parte del film, di per sé complessivamente (e forse fintamente) leggera e spensierata: ciò che in particolar modo colpisce è la reazione del trio di amici all’evento fatidico (che qua non è possibile rivelare pena una manchevole prima visione del film), di fronte al quale ciascuno di essi si comporterà non diversamente da una banda di apprendisti criminali, facendo così scolorire l’immagine di una loro “diversità” e di una loro certa purezza che si era  andata parzialmente formandosi nei nostri animi. Ma, appunto, solo parzialmente: infatti l’evento di svolta non collide così apertamente con la presunta “perfezione” della prima parte. Se si guarda Nasty Baby con la dovuta attenzione, senza quindi basarsi unicamente su quanto ci viene esplicitamente mostrato ma anche su quanto viene lasciato intuire, si potrebbe anche giungere alla conclusione che non esiste alcun paradiso terrestre omogenitoriale, e che anzi le nuove famiglie sono potenzialmente storte e sconquassate non meno di quelle tradizionali. Piuttosto Freddy e Mo rappresentano nel modo più esemplare una generazione, eterosessuale o omosessuale che sia, che vive consumandosi nella disperata ricerca di una soddisfazione dei propri impulsi, ai quali non intende imporre alcuna limitazione, né tollera che siano fonte di discussione e scontro dialogico (emblematica in questo senso la scena in cui il trio fa visita alla famiglia afroamericana di Mo).
E’ difficile controbattere alle critiche che rilevano in Nasty Baby una discontinuità che non sfocia in una sintesi,  macchiando la pellicola di incoerenza narrativa: è quindi ancor più sorprendente come sia proprio questa sua  carenza, questa difettosità a renderla così interessante. Siamo di fronte ad un film, e ad un regista, che va tenuto d’occhio.

Ginevra Ghini

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