Napoli che canta

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Un canto di gioia e di dolore

Contrariamente alle abitudini festivaliere che vogliono una pellicola di recente produzione dare il via alle danze della kermesse di turno, il direttore artistico Felice Laudadio e la presidente Margarethe von Trotta hanno deciso di aprire la decima edizione del Bif&st con una piccola perla del passato che porta una firma di grande prestigio. Si tratta di Napoli che canta di Roberto Roberti, pseudonimo di Vincenzo Leone, che per chi non lo sapesse altro non è che il padre del più noto e celebrato Sergio Leone.
La pellicola del cineasta di origini irpine, la quintultima di una filmografia che conta una sessantina circa di titoli, è stata presentata nella splendida cornice del Teatro Petruzzelli durante la serata inaugurale della manifestazione barese, accompagnata dal vivo dalla straordinaria voce di Lina Sastri. Alla cantante e attrice partenopea è toccato l’onore e il piacere di fare rivivere sullo schermo (da dove mancava dal 18 ottobre 2003, quando andò in scena al Teatro Zancanaro di Sacile nell’ambito delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, con canzoni eseguite da Giuni Russo) le note e i testi di un’opera considerata da molti addetti ai lavori il canto del cigno di un genere di rappresentazione che voleva film muti come questo accompagnati da un interprete che aveva il compito di cantare la canzone portante durante la proiezione del film. E così è stato anche questa volta, con le emozioni che non sono mai venute meno nei 33 struggenti e rievocativi minuti che delimitano la timeline.
Quello che abbiamo potuto rivedere al Bif&st è un film che punta tutto sul fattore emotivo e che conduce lo spettatore in un viaggio in una Napoli musicale, bella e vivace, quella del 1926. Un tour fatto di immagini suggestive (splendidamente virate o colorate al pochoir) di una città che non esiste più, dove si affacciano musicisti di strada intenti a cantare e suonare. Ma sotto questa superficie gioiosa, antropologica e folkloristica scorre un’anima fortemente drammatica e accusatoria, la stessa che all’epoca ha condannato il film a un lungo oblio e a una misteriosamente scomparsa. Il motivo è facilmente intuibile ed è legato al fatto che il mediometraggio di Roberti non decantava la forza del regime fascista ma mostrava – oltre a splendide immagini della città e a ritratti della vita dell’epoca e dell’importanza della musica nella cultura napoletana – un drammatico controcampo, rappresentato dalla miseria di chi era costretto a emigrare per cercare altrove una vita migliore. Particolarmente significativa, in tal senso, la sequenza finale che mostra un gruppo di musicisti salire su una nave diretta all’estero e il profilo di una donna sulla spiaggia con un bambino in braccio guardarla dissolversi all’orizzonti. Ecco dunque quel che avrebbe potuto davvero aver dato fastidio a Mussolini: un film che non celebra una Napoli da cartolina, ma prende spunto dalla tradizione del canto napoletano per evocare un sentimento di protesta contro la condizione dell’Italia del tempo. Il clima sempre più ostile al regionalismo del regime ne rese il percorso distributivo in patria sempre più proibitivo sino all’esilio forzato. Solo in anni recenti, infatti, una copia in doppia versione, in italiano (e in parte in napoletano) e inglese, destinata evidentemente al pubblico d’oltre Oceano, è stata recuperata in California. Nel 2000, infatti, Elinor Leone, una discendente del regista, ha donato la suddetta copia del film alla George Eastman House che ne ha completato il restaurato nel 2002 sotto la guida attenta Paolo Cherchi Usai.
La particolarità di Napoli che canta è che non mette in scena una storia vera e propria, drammaturgica e narrativamente definita e lineare come avveniva normalmente nella sceneggiata, ma traspone per immagini, spesso con un eccesso di didascalismo, i testi delle canzoni più celebri appartenenti al ricco repertorio della tradizione campana. Il resto della timeline è costituito di una ricchissima galleria di scorci, caratteri, personaggi e luoghi filmati in modalità documentaristica di quel che restava della icona napoletana. La semi-fiction delle canzoni, qui interpretate da divi del cinema muto come Tecla Scarano, Rodolfo De Angelis e Adolfo della Monica, si mescolano con le riprese realistiche alternate secondo un criterio espressivo per creare un’atmosfera. Il risultato è una sorta di grande raffigurazione in cui ogni quadro recitato, ogni ripresa, ogni fotogramma rappresenta un’ideale tessera di un mosaico che concorre a disegnare l’insieme: ossia la natura viva e al contempo morta di una città divisa tra passione e dolore, bellezza e orrore latente.

Francesco Del Grosso

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