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My Name Is Alfred Hitchcock

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VOTO: 7,5

Tutto su di me

Davanti alla notizia dell’ennesima biografia dedicata alla vita e al percorso artistico di Sir Alfred Hitchcock dobbiamo dire con tutta franchezza che non abbiamo reagito con il massimo dell’entusiasmo. Riassumere un’esistenza come la sua è impresa ardua, eppure questo non ha scoraggiato gli innumerevoli studiosi ed estimatori del maestro del brivido alla varie latitudini a dedicargli scritti e progetti audiovisivi di ogni sorta. Risale a non meno di un anno fa, infatti, il documentario I Am Alfred Hitchcock, nel quale il canadese Joel Ashton McCarthy attraverso una raccolta di materiali d’archivio, interviste di repertorio e nuove testimonianze, disegnava un ritratto piuttosto esaustivo con il quale metteva in mostra l’epica e talvolta controversa carriera del celebre cineasta britannico. Ecco perché sapere dell’esistenza di un altro progetto, quando già in passato ne sono circolati un numero considerevole, compreso il pregevole Hitchcock/Truffaut di Kent Jones basato sul libro di “François Truffaut Il cinema secondo Hitchcock” e il suo impatto sul mondo del cinema, non ci è sembrata un’iniziativa poi così fondamentale. Ma quando ormai pensavamo di sapere tutto o quasi del soggetto in questione ci ha pensato Mark Cousins a farci cambiare idea con il suo contributo alla causa che risponde al titolo di My Name Is Alfred Hitchcock, presentato in anteprima europeo nel fuori concorso del 32° Noir in Festival dopo le proiezioni in quel di Telluride e Rio.
Il regista irlandese, che già in passato si era occupato di pezzi da novanta della Settima Arte con la sua enciclopedica docu-serie in quindici episodi che rispondeva al titolo The Story of Film: An Odyssey, ha dimostrato che qualcosa da scoprire a proposito dell’universo, della poetica e della personalità hitchcockiana, ancora c’era. Ci era riuscito con Lo sguardo di Orson Welles ritornando sui passi del grande cineasta americano per raccontare uno degli aspetti nascosti che ne hanno caratterizzato la ricerca artistica, ossia quelli del disegno e della pittura. Per il collega britannico, invece, è voluto partire da due domande piuttosto semplici, ma al contempo centrali: quale posto occupa la sua vasta opera e che eredità ha lasciato nella società odierna? A queste domande sulle quali si sono già interrogati in moltissimi, Cousins risponde a modo suo, osservando l’autore con un approccio nuovo e radicale, lo stesso con il quale da studioso maniacale e cinefilo onnivoro qual è ci ha abituato con i lavori dedicati alla Settima Arte e ai suoi esponenti. Come? Ma attraverso l’uso della voce del protagonista. La sua dipartita quarant’anni fa rende però la cosa impossibile, eppure l’autore ha saputo trovare il modo di sconfiggere la morte e affidare a Hitchcock il compito di raccontare e raccontarsi.
Non siamo però nell’orbita del mockumentary, piuttosto della ricostruzione del vero passando attraverso il fittizio e l’artificio. L’escamotage non è stato di certo registrare e riportare le sue parole dall’aldilà, magari ricorrendo a qualche seduta spiritica, bensì quello di attingere all’esistente, studiarlo in maniera approfondita, per poi costruire un racconto falso ma pieno di verità. Nel rivedere i titoli della sua immensa carriera – dagli intensi film muti, alle leggendarie opere degli anni Cinquanta e Sessanta, fino ai suoi ultimi lavori –, Hitchcock ci trasporta dentro un’odissea in modo giocoso e rivelatore. Cousins scrive di suo pugno un monologo in prima persona e immedesimandosi nel più illustre collega cuce i fili di un romanzo autobiografico in sei capitoli, che corrispondono ad altrettante ossessioni e temi chiave del cinema di Sir Arfred: fuga, desiderio, solitudine, tempo, realizzazione e altezza. Con e attraverso di questi e la vivisezione delle scene dei film da lui diretti si compone sullo schermo un viaggio nella sua esistenza dentro e fuori dal set, accompagnato proprio dalla lettura del suddetto monologo affidato all’imitazione di Alistair McGowan, attore e sceneggiatore inglese divenuto popolare grazie alla partecipazione alla serie Big Impression, con la quale si è aggiudicato un BAFTA.
Ecco svelato dunque l’arcano, un “gioco” se volete, ma che nelle mani sapienti di Cousins si tramuta in un modo alternativo e personale di dipingere un ritratto senza ricorrere alle solite tecniche. Il tutto prende forma e sostanza attraverso quello che è diventato un marchio di fabbrica riconoscibilissimo del processo creativo del regista di Belfast, un modus operandi chirurgico mediante il quale è riuscito in tutti questi anni a esplorare a 360° la Settima Arte e il filmico come nessun altro prima di lui. Il ché rende anche questo My Name Is Alfred Hitchcock qualcosa di diverso e di più di un video-saggio o di un compendio in versione bignani audiovisivo incentrato su un regista. Cousins lavora come di consueto con materiali pre-esistenti, in questo caso con clip estrapolate dall’opera omnia del protagonista e poi lavora per associazione in fase di montaggio ricavando significati e significanti. A questi va ad aggiungere brevi inserti realizzati nel presente da lui stesso filmati che si vanno a incastrare nel materiale repertorio, creando delle congiunzioni di senso che completano il concetto. Un modo tutto suo che contribuisce a vedere le cose, anche quelle apparentemente semplici, da una prospettiva altra e più approfondita.

Francesco Del Grosso

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