My Father the Spy

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Vita da spia

My Father the Spy, presentato al festival #Cineuropa33, oltre ad essere un racconto personale incentrato sulla complicata relazione che ebbe la giovane Ieva con suo padre, che di professione era spia, svela anche alcuni punti su un lungo periodo storico e politico dalle sfumature ampiamente grigie. Ad esempio, quando nel documentario viene rievocata la morte di una spia bulgara riparata a Londra (stava tranquillamente passeggiando per la città e la spia fu punta sulla gamba da un passante con l’ombrello, che conteneva una microscopica pallina di veleno), più che esterrefatti dal fatto, con la mente si torna a pensare alle spy stories raccontate attraverso romanzi e film, e si capisce che non erano fantasiose idee. I best sellers di John Le Carré, Graham Greene, Ken Follett e Ian Fleming (per citare solo gli scrittori più noti), e le pellicole intriganti di Alfred Hitchcock o quelle della saga dell’agente 007 (e il relativo pseudo filone degli spy movies) attingevano da quel modus operandi, sebbene poi lo spionaggio venisse rappresentato in maniera più spettacolare, particolarmente nel cinema. Basti pensare che gli scrittori Graham Greene e John Le Carré furono essi stessi agenti segreti dei servizi inglesi (MI6).

La guerra fredda fu veramente un periodo plumbeo, in cui le due massime potenze, Stati Uniti e URSS, si sfidavano in ogni campo, e il pianeta era diventato una scacchiera come il gioco del Risiko: conquistare più spazi possibili. Per conoscere le mosse del proprio nemico, ognuna di loro aveva un cospicuo numero di spie, che servivano patriotticamente la patria, oppure facevano il doppiogioco (a volte anche il triplo). Essere spia significava avere una vita pericolosa, perché si poteva essere uccisi dal nemico, ma anche dal tuo stesso paese, perché una spia che tradiva o non serviva più, era pericolosa perché possedeva informazioni delicate. E, aspetto per nulla di secondo piano, una spia non poteva avere una vita normale, essendo perennemente in pericolo. My Father the Spy cerca di raccontare, a posteriori, proprio questo. La protagonista Ieva, che nel 1978 era adolescente, non capiva e non accettava quei modi del padre bruschi e proibitivi, che non gli permettevano una piena libertà (ad esempio riabbracciare la madre, rimasta in Lettonia). Non comprendeva che, una volta che il padre aveva deciso di passare al nemico, la sua vita e quella dei suoi familiari erano in pericolo, perché la figlia Ieva poteva essere un’ottima arma di ricatto per farlo tornare in patria e subire le conseguenze del suo tradimento. Il documentario di Gints Grube e Jaak Kilmi, quindi, partendo da questa ricerca di perdono da parte di Ieva verso il padre (come mostra la visita alla tomba nel finale), riporta alla luce la tensione che vigeva in quegli anni. Un ambiente sotterraneo di cui ancora si conosce solo un’infinitesima parte, anche perché, come spiega in modo risoluto un ex agente della CIA, gli “archivi” spionistici non hanno mai una scadenza per essere secretati, e le notizie di fatti passati escono allo scoperto solo quando un’ex spia rilascia le sue memorie (accompagnate da copie di documenti top secret che attestano le sue parole). Questa rievocazione documentaristica si muove su due binari: quella personale, e quella di carattere storico. Dividendosi su queste due linee, quella che funziona meglio è la parte storica, perché fornisce dettagli intorno alla guerra fredda e allo stile di vita di una spia, mentre l’aspetto privato, che viene anche ricostruito ricreando con attori la vita adolescenziale di Ieva (volutamente mostrata come pura finzione scenica), è quella più debole.

Roberto Baldassarre

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