Mudar la piel

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8.0 Awesome
  • voto 8

Quella strana amicizia

Juan è un mediatore che si è battuto per la pace fra l’ETA e il governo spagnolo. Roberto è un agente dei Servizi segreti che si è infiltrato nella sua vita per anni. Quella raccontata da Ana Schulz e Cristóbal Fernández in Mudar la piel potrebbe sembrare la classica spy-story vecchio stile, nata dalla penna dell’ispirato giallista di turno. E in parte lo è, poiché la natura e la componete mistery scorrono sino all’ultimo fotogramma utile nelle vene della timeline di quest’opera presentata in concorso nella sezione “Visti da vicino” alla 37esima edizione del Bergamo Film Meeting dopo le apparizioni ai festival di Locarno e San Sebastian lo scorso anno. E come la storia pure le due figure che la animano sembrano essere state strappate dalle pagine di qualche machiavellico e intricato romanzo di spionaggio pieno zeppo di ribaltamenti di fronte, depistaggi e colpi di scena. Ma loro e la vicenda che li ha visti protagonisti non sono però il frutto della fervida immaginazione di uno scrittore, tantomeno di uno sceneggiatore, bensì di fatti e uomini appartenenti alla realtà. Juan e Roberto, infatti, altro non sono che Juan Gutiérrez e Roberto Florez, noti alle cronache per essere state due pedine chiave su lati opposti delle barricate durante il periodo incandescente della lotta armata nei paesi baschi negli anni Ottanta e Novanta, che trasformarono il Paese in un’autentica polveriera.
Con Mudar la piel gli autori portano sullo schermo uno di quei documentari d’inchiesta capaci di lasciare il segno grazie alla capacità di andare a svelare i conflitti e gli irrisolti che solitamente vengono nascosti sotto il tappeto. Per farlo hanno scelto proprio il passo avvincente e teso della spy-story, quello in grado di tenere lo spettatore sul filo del rasoio dal primo all’ultimo fotogramma a disposizione, quello in cui i due registi hanno voluto e saputo piazzare il colpo ad effetto che lascia senza parole. Insomma, lo showdown che non ti aspetti e che ovviamente non vi riveleremo.
Ma il coup de théâtre abilmente e furbescamente posizionato a pochi secondi dal fotofinish è solo la ciliegina sulla torta di un’opera che cresce sempre di più con il trascorrere dei minuti. E mentre le lancette dell’orologio scorrono, sulla timeline prendono via via forma e sostanza la bellezza di tre piani che da prima viaggiano parallelamente per poi intrecciarsi e infine sovrapporsi. Piani, questi, che Schulz e Fernández riescono a controllare, equilibrare e fare coesistere senza che l’uno fagociti o schiacci i restanti. E l’elemento che ha permesso tutto ciò è lo sguardo dall’interno, che ha fatto in modo che un affare di famiglia intrecciasse i fili con un affare di Stato, che una questione privata diventasse suo malgrado pubblica e viceversa. In tal senso è il punto di partenza personale e intimo alla base del racconto e dell’approccio alla materia il motore portante di un documentario ibrido, trans-genere e multiforme come il titolo, capace di cambiare pelle come fa un serpente. In questo caso l’elemento in questione viene dalla vicinanza affettiva e dal coinvolgimento in prima persona della Schulz, che all’anagrafe è figlia di Juan Gutiérrez. Con e attraverso la testimonianza di quest’ultimo, a supporto della quale arriva a intervalli regolari anche quella di sua moglie nonché madre della co-regista, che sembra una sorta di interrogatorio, si materializzano i tre piani del racconto: l’inchiesta, il ritratto familiare con tanto di rapporto genitore-figlio e la ricostruzione storica di alcune oscure e ancora irrisolte pagine. L’efficace palleggio insistito tra di essi, laddove trovano spazio materiali di repertorio, scambi epistolari e fotografie, contribuisce e non poco a solidificare la fitta trama e a renderla via via sempre più incalzante sino al già citato colpo di scena con il quale i registi entrano a gamba tesa sul fruitore.
Il risultato è un susseguirsi di specchietti delle allodole al netto di colpi bassi, bugie, doppi e tripli giochi, con gli autori che nel corso dell’inchiesta si trasformano a loro volta in investigatori e spie (con tanto di videocamere e microfoni nascosti) così come era stato a suo tempo per Roberto Florez. Il fine ultimo della missione è dunque duplice: da una parte quello di tracciare l’identikit diun personaggio sfuggente, camaleontico, controverso, imperscrutabile e molto ambiguo per capire chi realmente egli sia; dall’altro quello di dare un movente alla strana amicizia tra l’agente dei Servizi Segreti e il mediatore per capire come esso sia riuscito a sopravvivere nonostante il tradimento del primo nei confronti del secondo. In entrambi i casi ci sentiamo di dire che l’obiettivo è stato ampiamente raggiunto, con tutto il magma incandescente di emozioni, ricordi, aneddoti, misteri, detti e non detti generato che fa di Mudar la piel un documentario che non si può non amare.

Francesco Del Grosso

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