Ms. White Light

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Brevi momenti di conforto esistenziale

Non è facile parlare di temi delicati come la malattia e il fine vita senza correre il rischio di scivolare nelle sabbie mobili della spettacolarizzazione del dolore. Il più delle volte si assiste a pellicole fortemente ricattatorie, che calamitano a sé lo spettatore proprio attraverso la messa in scena della sofferenza provata dal personaggio di turno. C’è chi come Paul Shoulberg ha fiutato da subito il pericolo e infatti il suo Ms. White Light, che delle argomentazioni in questione ha fatto il baricentro drammaturgico, riesce per sua e nostra fortuna a non cadere nella trappola. Ed è proprio questa capacità il pregio più grande dell’opera seconda del cineasta statunitense, presentata in concorso alla 37esima edizione del Torino Film Festival.
Shoulberg ci conduce al seguito di Lex Cordova, una ragazza che assiste malati terminali con difficoltà ad accettare la morte. Se da una parte mostra di essere molto brava con i morenti, dall’altra è disastrosa con tutti gli altri. Col solo aiuto della fuorviante guida del padre Gary, che lavora con lei, della non richiesta presenza di Nora, un’ex cliente ossessionata dalla cultura dei samurai, e di una complicata storia d’amore con Spencer, un seducente psicopatico di dubbia moralità, Lex fa del suo meglio per aiutare Valerie, la paziente più difficile che abbia mai avuto.
La sinossi mette in evidenza i numerosi trabocchetti insiti in una storia come questa. Per smontarli uno ad uno, il cineasta si è affidato a tre punti fermi e con quelli è riuscito a condurre in porto la nave sana e salva. Il primo è senza dubbio lo humour graffiante ma mai irrispettoso con il quale l’autore condisce plot, dialoghi e personaggi. In seconda battuta assistiamo a una scrittura con relativa messa in quadro caratterizzate da un efficace cambio repentino di toni. Si passa, infatti, in un battito di ciglia dalla commedia al dramma, a volte nella stessa situazione (vedi la scena della cena nella mensa dell’ospedale tra Lex e Spencer). Transizioni queste scorrevoli e mai forzate, con le quali l’autore stempera i passaggi più tragici. Un modus operandi e un approccio che ricorda moltissimo il lavoro di Lulu Wang in The Farewell, quest’ultimo ancora più incisivo e riuscito rispetto a quello che abbiamo potuto rintracciare in Ms. White Light. E infine le interpretazioni, anch’esse di valore e in sintonia con il continuo mutare o mixare dei registri chiamati in causa. Sono loro la benzina di molte scene che lasciano il segno, mettendo in mostra in particolare la bravura di Roberta Colindrez, conosciuta soprattutto per le sue moltissime performance sul piccolo schermo e che qui nelle vesti di Lex ha potuto finalmente dare dimostrazione delle sue indubbie qualità attoriali anche al cinema.
Il risultato è una dramedy che tocca il cuore, strappa sorrisi sulle labbra e inumidisce le guance, alla quale si può rimproverare la mancanza di continuità nel farlo. Il sali e scendi che si registra nel termometro emotivo ne è la conseguenza diretta, tant’è che traspare dall’esito, ma non abbastanza da metterne in discussione i suddetti meriti espressi sul campo.

Francesco Del Grosso

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